Facebook: gli utenti bresciani e la bufala sulla privacy

Migliaia gli utenti bresciani che sono caduti nella trappola (ironica) della tutela della privacy su Facebook: una catena di Sant'Antonio che non tutela nessuno, e fa solo sorridere. Sul web una prima replica: "La privacy è finita con il primo smartphone"

Da qualche giorno su Facebook impazza una sorta di autodichiarazione, che ha acceso la ‘passione’ di parecchi utenti bresciani. Una pubblicazione in bacheca, che pare possa essere la diretta conseguenza dell’ennesimo cambio in corsa (in realtà solo sulla carta) delle regole sulla privacy, e sulla tutela dei propri dati personali.

Una dichiarazione con cui l’utente si coprirebbe le spalle: “Dichiaro che i miei diritti sono associati a tutte le mie informazioni personali (dipinti, disegni, fotografie, testi) postati sul mio profilo. Per l’uso commerciale di quanto sopra è necessario il mio consenso per iscritto in qualsiasi momento. […] La violazione della mia privacy è punibile dalla legge. […] Se non si pubblica questa dichiarazione tacitamente si consente all’utilizzo di elementi quali foto, così come le informazioni contenute nell’aggiornamento del proprio profilo”.

Sospiro di sollievo per chi ha deciso di pubblicarla. Anche se, in realtà, come accade sempre più spesso, si tratta semplicemente dell’ennesima bufala, una cantonata per i creduloni 2.0 che funziona nel più classico dei modi, come fosse una catena di Sant’Antonio. Per i più esperti, grasse risate: il messaggio è una traduzione letterale, effettuata probabilmente con un Translate da web, che riporta pure leggi e articoli che con l’Italia non c’entrano proprio nulla.

Una volta iscritti a Facebook, è il social network a comandare. E ogni cosa che pubblichiamo, scriviamo e condividiamo entra di diritto nel calderone (miliardario) del capo supremo Mark Zuckerberg, "in licenza non esclusiva, trasferibile, che può essere concessa come sottolicenza, libera da royalty e valida in tutto il mondo, per l’utilizzo di qualsiasi Contenuto IP pubblicato su Facebook o in connessione con Facebook".

La bufala della privacy ricalca un giochino simile, che già aveva ‘intasato’ varie bacheche virtuali circa un paio d’anni fa. Oggi come allora è stato quindi riproposto un contro-messaggio, per farsi altre due risate. “Do il mio permesso alla polizia, ai carabinieri, ai servizi segreti, alle guardie svizzere, al priorato di Sion, a Jeeg robot d’acciaio […] al Bianconiglio, a Topolino e tutta la Walt Disney […] di guardare tutte le stronzate che pubblico su Facebook”.

Con un pizzico di saggezza: “Nella consapevolezza che la mia privacy è finita quando ho comprato il primo smartphone, e che in questo Paese ha più possibilità di andare in galera un blogger per diffamazione che un politico per corruzione. Prima di essere incolpato dell’omicidio di Kennedy, della morte di Marylin, dell’11/9, del riscaldamento globale, della crisi finanziaria e della ormai imminente fine del mondo, volevo semplificare la vita a tutti dichiarando quanto segue: SI’, HO STATO IO!”.

“Nel ricordarvi infine che qualsiasi dichiarazione facciate non ha alcun valore legale, e che il contratto che avete sottoscritto delega a FB la proprietà intellettuale di qualsiasi cosa voi pubblichiate”. Detto, fatto. Ancora una volta.

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