Auto in fiamme in via Chiusure, l’accusato: “Non sono stato io”

Dante Paglia è agli arresti domiciliari da alcuni giorni. Per le forze dell'ordine è il piromane che ha incendiato 13 auto in via Chiusure a Brescia, ma lui si professa innocente

Dante Paglia ci mostra una sua foto da bambino assieme al padre — Copyright © Bresciatoday.it

Per le forze dell’ordine è il piromane di via Chiusure a Brescia. Dante Paglia, 57enne d’origine molisana, afferma con fermezza il contrario: “Sono innocente e ho la coscienza a posto. è stato qualcun altro e io so chi è, abita in zona e ha un scooter, quando potrò uscire di casa lo beccherò” .

E' questa la prima frase che pronuncia dopo avermi aperto la porta dell’appartamento al piano terra, sito proprio nella zona di via Chiusure, dove vive dallo scorso novembre. Lì lo ha mandato il Comune, al termine di una lunga permanenza al dormitorio San Vincenzo. Spalancata la porta d’ingresso, che lui stesso ha ridipinto di nero incidendo le sue iniziali, mi fa accomodare nel salotto con angolo cottura (anche quello tinteggiato di nero) e mi offre un caffè.

Mi parla con un filo di voce roca. Finito di sfogliare gli album delle foto di famiglia, conservati in una scatola di scarpe, al termine di un’infinita digressione sulla sua vita mi racconta dei suoi problemi di salute: “Ho avuto il primo ictus nel 2004 quando facevo l’autista di camion in un’azienda di Gussago. Poi ne ho avuti altri tre. Nel 2012 ho avuto un tumore alle corde vocali e sono stato operato, da allora mi è rimasto solo un filo di voce”.

Ecco perché Dante percepisce la pensione d’invalidità, unica sue fonte di sostentamento. Tutti quegli ictus hanno lasciato segni ben visibili. Lo si nota quando si alza per prendere uno dei braccialetti che ha fatto “il maestro” - Alexander, l’amico romeno che dorme sul divano letto rosso accanto al tavolo della cucina - per regalarmelo.

Dante non cammina, ma ciondola. Fa lo slalom tra i sacchetti dello sporco disseminati sul pavimento appiccicoso, trascinandosi dietro la gamba sinistra avvolta in un paio di leggings neri. Le caviglie gonfie sono piene di cavigliere, sulle dita della mani grossi anelli vistosi, ai polsi e al collo altri bijou che, dice, gli hanno regalato degli amici. Dall’orecchio sinistro pendono dei teschi d’argento, mentre uno smalto rosso fiammante brilla sulle unghie dei piedi: mi spiega che l’ha messo per coprire un fungo.

Delle auto bruciate vuole parlare, preferisce perdersi nei suoi ricordi. Infatti, la prima foto che mi mostra è quella delle sue due figlie, Sara e Laura, che ha avuto dalla  prima moglie. Suona però il campanello, sono i Carabinieri. Dante apre la porta e li fa accomodare. Poi spalanca lo sportello del frigo per mostrargli che è vuoto: “Ho bisogno di andare a ritirare la pensione d’invalidità, devo comprare qualcosa da mangiare”. I militari gli ricordano, con garbo, che non si può muovere di casa e che deve scrivere una lettera per chiedere l’autorizzazione al magistrato. Dante prova ad insistere, poi abbassa il capo e si rassegna.

Dante, le tue figlie sanno che sei agli arresti domiciliari?
“No, non glielo ho detto per non mortificarle. Ma le sento ogni tanto al telefono”.

Dici di essere innocente, ma ti hanno visto mentre davi fuoco alle auto, giusto?
“Io avevo proposto un confronto al giudice durante l’udienza, eppure il testimone non si è presentato. Ho anche un amico che era con me in quel momento, un tunisino, lui l’hanno lasciato andare, a me mi hanno arrestato perché ero già sotto sorveglianza e a quell’ora non potevo essere in giro”.

Hai parecchi precedenti, non è la prima volta che finisci nei guai, giusto?                                                                              “Ho fatto 33 giorni di carcere a Torino, perché mi hanno trovato una pistola in macchina. Ma mi avevano incastrato, l’aveva messa qualcun altro. Io non c’entravo nulla. Fortuna che mi ha tirato fuori un amico”.

Poi riprende a celarsi nei ricordi, a nascondere il viso dietro le foto che ritraggono lui da piccolo con il papà, le sorelle, il giorno del primo matrimonio, le vacanze al mare: "Ai domiciliari mi sento come un uccellino in gabbia. Odio chi rinchiude gli animali: devono restare liberi".

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