Giovedì, 21 Ottobre 2021
Cronaca Desenzano del Garda

I Brai&Bei in Turkmenistan: «Hanno denti d’oro, ci chiamano Celentano»

In quel che resta del regime sovietico, città tagliate in due da maestosi fiumi, la steppa che non è clemente come il deserto, e ha la meglio sulla civiltà. Tante dogane, troppi controlli: “Siamo i Re Magi del Turkmenistan”

Sono già due settimane, o forse più, che i Brai&Bei volano a quattro ruote sulla scatenata Peggy, anche via Turkmenistan, o quel che resta, di un regime più che cinquantennale fatto di menzogne e burocrazia, una serie infinita di dogane e di controlli, e gli ufficiali che vogliono dei regali. “Hanno i denti d’oro, e ci chiamano Celentano”, questo ci scrive Andrea, in un Paese dove perfino la letteratura russa del secolo passato prende forma più concreta, in un Paese dove si possono vedere “stelle mai viste prima”. Brai, gnari. Brai.

Come in un film la frontiera tra Iran e Turkmenistan e' un confine naturale costituito da quello che durante l'inverno potrebbe essere un fiume, ma che con I 35 gradi dell'estate si trasforma in un canalone di sabbia e arbusti. Il ponte che lo attraversa e' quella magica terra di nessuno, ne' Iran ne' Turkmenistan, ne' Persia ne' Unione Sovietica. La città' di Serakhs se ne sta metà su un lato del fiume e metà sull'altro, solo entrando in Turkmenistan realizzo la rabbia che devono nutrire  gli abitanti di questo lato, sopraffatti da una semplice manciata di metri. In frontiera stiamo fermi quasi 4 ore, la Peggy viene violentata dalle mani degli ufficiali di dogana che perquisiscono ogni angolo mangiandosi le nostre cicche. La mia pipa e l’hard disk di Filippo (che l'ufficiale insiste nell'aprire come una scatola) creano perplessità ma nessun tipo di ostacolo.

La burocrazia e' rimasta di illogico stampo sovietico, i timbri e gli uffici si sprecano e fantomatici pedaggi vengono pagati senza nessun tipo di ricevuta. Sono l'unico dei quattro ad avere inconsapevolmente un visto turistico e non di transito e questo parrebbe creare dei problemi. Mentre mi domando a chi mai verrebbe in mente di venire qui per turismo, un ufficiale con aria da capetto si fa strada tra una decina di babushke colorate e cariche di tappeti. Ha uno stuzzicadenti in bocca e parla turkmeno. Con un sorriso di sufficienza fa cenno al militare di farmi passare e di raggiungere gli altri ragazzi.

lasciato il cancello della frontiera sembra che la civiltà finisca, quando in realtà impieghiamo poco a realizzare che non e' colpa della civiltà che arranca: e' semplicemente la steppa ad aver avuto la meglio su tutto il resto. L’uomo qui e' impotente. Le strade sono semidivelte, l'asfalto e' simile a un mare mosso di bitume, insegne cartelli e qualsivoglia illuminazione sono mera fantascienza. La steppa non e' clemente quanto il deserto.

Percorrendo questo scenario post nucleare, del tutto simile alle cronache del dopobomba raccontate da Philip K. Dick, mi tornano in mente le giornate di Ivan Denisovic. I binari che tendono a  infinito alla mia destra mi gettano con prepotenza in arcipelago Gulag, nei racconti della Kolyma. La letteratura russa del ‘900 qui prende forma.

Ogni troppo spesso inciampiamo forzatamente in check point militari e posti di blocco. Qui la gente ha i denti d'oro e ci chiama Celentano. Delle volte ci vengono creativamente fatte notare delle infrazioni immaginarie, fortunatamente nulla che 10 dollari e le mie reminescenze di russo non possano risolvere. Altre volte  invece vengono richiesti dei regali dall'Italia, musica cicche o sigarette. Siamo i re Magi del Turkmenistan.

Alcuni Turkmeni sembrano Vietcong, altri sembrano russi, altri arabi e altri ancora sembrano essersi creati da vortici di terra nella steppa. Dalla mappa noto che stiamo percorrendo la Via della Seta, e immagino i mercanti bestemmiare su queste buche coi loro carri ricolmi di tessuti. Proprio come sta facendo Alessandro alla guida, solo che noi siamo ricolmi di taniche, ruote e pezzi di ricambio. In passato si portava la seta in Europa, oggi si portan le macchine in Mongolia. Forse dovrebbero rinominarla via della meccanica, un riadattamento avanguardista in chiave post rivoluzione industriale.

L'assenza di qualsiasi cosa nei 200 km tra Sarahs e  Mary e le 4 ore perse in frontiera ci obbligano a guidare al buio. La scocca copri motore sbatte e fa scintille sulle creste d'asfalto della strada. La Peggy cigola ma la spia del motore si rispegne. Sembra volerci dire “ok da adesso si fa sul serio”. Tra I fari dei camion in senso opposto, le volpi, I cani randagi e i falò a bordo strada lo slalom tra l'abbandono generale rallenta il nostro cammino. Sopra di noi ci sono stelle che non avevo mai visto prima.

Appassionato testo di Andrea Trolese
in collaborazione con il team al completo
Alessandro Bocchio
Filippo Maritano
Edoardo Maritano
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