Donna aggredita con machete. I medici le hanno amputato la mano

Dopo l'aggressione subita da un diciannovenne a Montichiari, i medici le hanno dovuto amputare l'arto. Ora il ragazzo colpevole dell'aggressione si trova rinchiuso nel carcere di Canton Monbello con l'accusa di tentato omicidio

Una mano amputata, l'altra probabilmente non sarà più in grado di usarla. È questo il destino in cui è precipitata Jaspreet, la donna di 26 anni aggredita ieri mattina a Montichiari da un vicino fanatico e violento, che voleva sottometterla con la forza a essere la sua compagna in una storia d' “amore”.

Non si scorderà mai più quegli attimi fatti di panico e atroci dolori, la povera Jaspreet. Ora, all'apice del suo braccio, ci sarà sempre un vuoto maledetto che non le permetterà mai di dimenticare. Gli occhi tremanti di odio di quel giovane diciannovenne giaceranno per sempre all'estremità del suo arto mozzato. Come una protesi, come una cicatrice che non si potrà mai rimarginare. Jaspreet sarà la Santa Lucia di tutte le donne che hanno provato la violenza prevaricatrice dell'uomo.

LA STORIA La tragedia ha avuto il suo inizio verso le 7.30 di mattina, in via Bornate 39, Montichiari. Pochi istanti prima, Jaspreet ancora dormiva tranquilla riscaldata dalla presenza dei due suoi figli, dopo che il marito era uscito per recarsi a lavoro. Cura le mucche in una cascina poco distante da casa. Ancora non sapeva che una furia di nome Amrinder Singh si sarebbe poco dopo scagliata su di lei. Uno studente di meccanica, diciannovenne, che lei aveva visto crescere da quando “era piccolo così”. L'amava alla follia: letteralmente.

Le ha bussato alla finestra, in modo insistente, obbligandola ad alzarsi dal letto. Entrando dalle ante lasciate socchiuse, le ha dichiarato il suo ceco amore, per più di un'ora. Un fiume in piena, di quella passione assoluta che guida la vita di tutti i ventenni.
Lei ha cercato di spiegargli, con gentilezza, senza ferirlo, che era sposata, che aveva due figli: “torna a casa, ti prego”. Inutilmente, provava a spiegargli che la sua storia era un'altra, non quella che che lui aveva sognato per loro due: chissà quante volte, e per quante ore, e con quale ossessione.
Poi, la rabbia straziante del rifiuto ha divorato la mente del ragazzo. Come da sempre avviene dacché l'uomo vive su questo grumo di roccia chiamato Terra, è bastato un'istante per sbriciolare quel labile confine che separa odio e amore. Già Dante scriveva dall'Inferno dell'amor, ch'a nullo amato amar perdona.

Amrinder ha afferrato un machete preso nel bagno della casa, e ha cercato di tranciare la testa alla donna colpendola, per estirpare per sempre dalla terra l'origine del sentimento che gli ossessionava l'anima, accecandolo. Lei si è sbilanciata cadendo all'indietro, coprendosi istintivamente il volto con le braccia. Lui non è riuscito a fermarsi. Nemmeno la visione di lei a terra terrorizzata è riuscita a calmare quella sua furia così tremendamente umana. Ha infierito su di lei, carnefice del suo stesso amore, colpendola ai polsi e alle braccia. Poi, convinto di averlo uccisa, non è scappato. Non ha nemmeno cercato di occultare quel che credeva il cadavere di lei. No, si è nascosto, terrorizzato per ciò che aveva fatto, dietro al divano, come un bambino impaurito che si nasconde dietro i mobili di casa, convinto che senza essere visto sarebbe diventato invisibile ai propri fantasmi.
Lì dietro, tremante e rosso del sangue di lei, lo hanno trovato il nucleo dei carabinieri capitanati dal luogotenente Marco Restante. Ora, il divano di Amrinder ha il fetido odore di una cella di Canton Mombello.

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