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Due operai bresciani in terra tedesca: «Hanno fabbriche fuori di testa!»

Marco Gavezzoli racconta della sua esperienza in terra tedesca, con il delegato Davide Bertoli alla scuola di sindacato della IG Metall. Un confronto con la Germania, e la speranza di cambiare le cose, magari anche in Italia

In campeggio ormai lo conoscono tutti, dalla sua roulotte svetta una bandiera che dice già tutto, un bandierone rosso targato FIOM che lo si vede pure da lontano, sarà alto 20 metri. Marco Gavezzoli è un operaio Iveco, storico delegato dell’ultima generazione sindacale bresciana che in fabbrica ci è praticamente nato e ci è poi invece veramente cresciuto. Più che lecita la sua domanda, rivolta alla dottoressa Fornero: “Ma quando ci vado in pensione? Ho cominciato a lavorare a 14 anni, e pesavo poco più di 40 chili. Tanti anni di duro lavoro, e qualche pedata nel culo. Ma quando ci mandi in pensione?”.

La riforma pensionistica made in Monti è solo una delle più recenti sconfitte dei sindacati italiani, nell’ambito di quella ristrutturazione europea che si è sì accelerata negli ultimi mesi ma che parte ormai da un ventennio fa, dalla batosta del 1993 (quando ancora c’era Bruno Trentin) fino al Pacchetto Treu datato 2001. Colpire chi si può, fare cassa quando serve, mentre il vero nodo industriale italiano, la concentrazione degli ambienti produttivi, sembra sempre rinviata pur di proteggere quelle PMI che, tra l’altro, oltre ai bassi salari vantano anche capannoni da paura, come quelli che sono caduti in testa agli operai emiliani durante l’ultimo sciame sismico.

Una ristrutturazione che invece in Germania è già segmento del passato: “Le dimensioni contano – ci racconta Marco Gavezzoli – e in questo i tedeschi sono una potenza. Una struttura industriale completamente diversa, là i bassi salari e l’evasione quasi non li conoscono. L’industria dell’automobile poi, evoluta e diversificata. Non ci sono aziende che hanno meno di 1000 dipendenti”. L’esperienza sua deriva da un passaggio in terra teutonica, nel 2006, accompagnato da un altro noto delegato FIOM, Davide Bertoli. Un’esperienza all’IG Metall, il sindacato metalmeccanico che conta quasi tre milioni di iscritti, dieci volte la FIOM. In una delle tre grandi scuole sindacali, perché là il sindacalista lo preparano, “studiano e discutono, li aggiornano sulle clausole e sugli accordi”. In fondo la lotta di classe è una lotta vera.

Chiaro però che un sindacato come l’IG Metall non può che essere anche molto aziendalista, i delegati stanno pure dentro i Consigli di Vigilanza. Ma di fatto qualche conquista in più l’hanno ottenuta, vedi il contratto nazionale Volkswagen, tutti dentro a 28 ore a settimana con l’80% del salario. “La prima cosa che ci hanno chiesto – continua Gavezzoli – è il perché delle nostre divisioni. Tutte quelle sigle, gli obiettivi diversi.. vaglielo tu a spiegare! Poi si sono un po’ stupiti del legame politico della CGIL nazionale, loro non hanno questa abitudine, non capiscono il nostro modo di fare, la politica deve rimanere fuori”. In effetti qualche dubbio è lecito, in Italia il PD è al Governo e di scioperi generali neanche l’ombra. Ma se non si fa sciopero adesso, allora quando?

Il loro alloggio temporaneo era situato a Nord della Foresta Nera, a 100 km da Francoforte e dalla sede generale IG. Una scuola di sindacato che sembra una scuola di partito, dalle 9 alle 18 e una manciata di break. Un po’ lo specchio della Germania intera: “Sono molto rigidi, in tutto. Dalla scuola al lavoro sono ancora in fase di espansione. Alla Volkswagen e alla Mercedes hanno revocato le ferie! Hanno risanato le aziende, ora posso dirlo: hanno fabbriche fuori di testa! I 110mila di Wolfsburg, i 70mila della Daimler. Senza dimenticare i salari, gli operai tedeschi sono i meglio pagati al mondo”.

E la vita costa di più? “Assolutamente no, il loro Stato sociale rispetto al nostro sembra un paradiso. La scuola privata quasi non esiste, e i tuoi figli hanno l’università gratuita. Se poi li mandi alla scuola professionale fanno vero praticantato, senza obiettivi di produzione, e si guadagnano già 1000 euro al mese. Non hanno gli ammortizzatori sociali che abbiamo noi ma la cosiddetta disoccupazione a lungo termine. Case pubbliche da 90mq se lavori, da 50 se sei disoccupato. Affitti calmierati, e un sostegno pratico che arriva dal Land, se dimostri di avere meno di 10mila euro. Vestiti e assistenza, servizi sociali totalmente gratuiti, soldi e incentivi per acquistare la macchina e cercare lavoro”.

Così vicini, eppure così lontani. A Berlino la legge impone un tetto massimo al valore di vendita degli immobili, 3mila euro al metro quadro. “Ovvio che non puoi sgarrare, ma se hai bisogno di aiuto ti danno tutto, dal dentista all’autobus. E se hai tre figli a carico ti arrivano circa 1800 euro al mese, io non li prendo manco a lavorare!”. Non che là siano solo rose (senza spine) e fiori. I grandi sindacati europei si sono da poco riuniti per far fronte alla crisi, ma è ancora lontana l’idea di un’unica opposizione operaia a quello che ormai appare evidente, l’imperialismo europeo.

Si vive, e si battaglia. “Noi ai consigli di fabbrica ci andiamo lo stesso, anche se ci hanno buttato fuori, anche se non ci riconoscono più. La FIOM è come una grande famiglia, e per i suoi figli vuole solo il meglio”. Vallo tu a spiegare a quelli che se la ridono sotto i baffi, magari a fianco di Marchionne. Prima di andare Marco mi indica una frase di Ken Loach, il cineasta del lavoro: “Non fidatevi dei politici. Sono eleganti e gentili, le donne sono belle e sorridenti. Ma loro sono molto più selvaggi e senza scrupoli di quanto appaiono, se ne fregano dei problemi della gente, della disoccupazione, degli immigrati, della povertà in aumento. Nella loro politica non ci sono principi umanitari”.

Il movimento operaio non ha da che imparare, e quando avrà imparato abbastanza, dall’Europa all’Asia, fino alle Americhe, allora sarà tutta un’altra cosa.

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