Coronavirus, lo sfogo della dottoressa dopo un turno da 12 ore

Federica Brena, medico oncologo nell'ospedale Humanitas Gavazzeni e nella clinica Castelli, a Bergamo, affida a Facebook un lungo sfogo, raccontando ciò che succede quotidianamente nei presidi ospedalieri

Un turno di lavoro massacrante, 12 ore tra i pazienti malati, indossando mascherina e visiera protettiva. Una volta fuori, affida al mondo social, a Facebook, un lungo sfogo, un racconto di ciò che accade tra le corsie, le paure, gli stati d'animo, la sensazione di inadeguatezza (nell'affrontare una materia ostica) e la rabbia nei confronti di chi non capisce la gravità della situazione. Protagonista è un medico oncologo che lavora tra l'ospedale Humanitas Gavazzeni e nella clinica Castelli, a Bergamo, la dottoressa Federica Brena.  

«Questa foto ritrae la fine della mia guardia di ieri, quando dopo 12 ore passate respirando in quella mascherina, mi sono spogliata dell’armatura da guerra. Sì, perché sembra di essere in guerra. Io non l’ho mai vissuta, ma me l’immagino un po’ così, una guerra contro un nuovo e sconosciuto nemico. E allora ripenso ai ricoveri che si sono succeduti uno dopo l’altro, senza sosta, alle persone che non respirano e che strabuzzando gli occhi ti guardano imploranti buone notizie, ai pazienti che non possono comunicare con i cari perché in isolamento. A chi muore solo perché positivo al virus, ai parenti a casa che non possono dare un’ultima carezza al loro caro. Ripenso ai pazienti che ho visitato, alcuni dei quali non poi così anziani o fragili, eppure in un letto senza riuscire a respirare. Ripenso a quanto mi prudeva la mascherina, alla vista offuscata nella visiera protettiva e al fatto che ormai i presidi di protezione scarseggiano. Ripenso anche ai colleghi che mi hanno dato una mano, agli infermieri che si fanno in quattro per cercare di fronteggiare l’emergenza, ripenso al: "ti aiuto io a fare questo ricovero”.
Ripenso anche agli insulti ricevuti, perché purtroppo ci sono anche quelli. Anche in una situazione di emergenza come questa. Poi, detto sinceramente, ripenso anche alla paura. Alla paura di prendere quel virus e di portarlo alla mia famiglia. Alla paura che non ci mettano nelle condizioni di lavorare protetti. Alla paura di fare qualche cazzata, perché diciamolo, in fondo un’oncologa di malattie infettive ne capisce poco.

Tutto questo per dire a chi ancora nega che la situazione sia grave, a chi, senza essere del mestiere, dice che è solo un’influenza, a chi non rispetta le limitazioni alla vita sociale, a chi si ritrova in gruppo, di smetterla. Gli ospedali sono ridotti a lazzaretti. La sanità rischia il collasso, tutte le attività in elezione sono drasticamente ridotte o sospese. Gli altri malati che fine faranno? Vi rendete conto della gravità della cosa?

E poi non è vero che si complicano solo gli anziani e i pazienti più fragili. Ci sono giovani con quadri clinici pazzeschi. E vi ricordo che gli anziani sono gli over 65. Non pensate al novantenne pluripatologico. E se anche fosse così, sarebbe giusto? Sarebbe giusto che chi è più debole debba morire così? E due parole le spendo anche per dire che non lavora solo la sanità pubblica. Il privato sta facendo altrettanto, senza sosta, freneticamente.

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E che oltre agli anestesisti, medici di medicina interna e pneumologi, ci sono anche tutti gli altri, che hanno messo da parte la loro attività per improvvisarsi internisti ed aiutare i colleghi in difficoltà. In questo casino siamo tutti sulla stessa barca, una barca forse un po’ vacillante, ma che tenta di stare a galla, per il bene comune
 

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