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Il sorriso di Silvia Romano all'aeroporto di Ciampino

Il sorriso di Silvia Romano all'aeroporto di Ciampino

"Silvia Romano va dall'estetista": quando il giornalismo si fa abiezione

L'editoriale

Quasi tutti i giornali nazionali (e tanti locali) hanno pubblicato la seguente notizia riguardante Silvia Romano: "esce per la prima volta di casa dopo la quarantena e va dall'estetista". Il tutto corredato da fotografia di lei che scappa dai cronisti, coprendosi il volto con la mano. 

La giovane è vittima di un cinismo ripugnante da quando è tornata in Italia, ritenuta colpevole di essersi convertita all'Islam. I leoni da tastiera l'hanno coperta di fango: nella sua condizione, rapiti e imprigionati per 18 mesi, si sarebbero convertiti anche allo zoroastrismo, crollando dopo due settimane pur di aver in salvo la vita. Le rinfacciano inoltre il presunto riscatto di 4 milioni di euro, un costo - comunque sia andata - di 6 centesimi per ogni italiano: se si fosse trattato di un loro figlio, avrebbero rapinato pure una banca (a proposito di furti: si attende la stessa indignazione per i 49 milioni rubati dalla Lega). La saggezza delle persone si misura nella capacità di mettersi nei panni degli altri: potete quindi immaginare la condizione di quelli che le ringhiano addosso.

Ora ci si mettono anche i giornalisti, appostandosi sotto casa e inseguendo una ragazza che va dell'estetista. Silvia Romano non è Chiara Ferragni, non ha fatto della visibilità il suo lavoro, non guadagna decine di migliaia di euro ogni volta che appare in pubblico. E' la vittima di un'esperienza terrificante: seppur affrontata con un coraggio esemplare, il trauma che lascerà nella sua vita ha comunque la misura dell'indicibile.

A leggere gli articoli su "Silvia Romano va dall'estetista", che sembrerebbero scritti da Lercio se non fossero drammaticamente privi di empatia, non è possibile trovare nessuna informazione al di là di quanto si vede nella foto: una ragazza che scappa intimorita da reporter e fotografi. È il nulla che si aggiunge al nulla, la miseria di un giornalismo al suo livello più basso.

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