Domenica, 16 Maggio 2021
Teatro

Tracce Brillanti, ovvero della distanza tra Arizona e Alaska

Recensione della rappresentazione del testo di Cindy Lou Johnson all'esordio italiano a Brescia venerdì, sabato e domenica nell'ambito del festival "Ecce Histrio"; sul palco la compagnia AvvenimentiCritici: il regista Ettore Oldi e gli attori Marco Zavarise e Anna Penati

Una scena di Tracce Brillanti (foto © Mario Martinazzi)

Quanto distano l’Arizona e l’Alaska? Come una giornata torrida e felice da contratto e l’isolamento testardamente preteso per ripararsi dal mondo. Segregazione dalla luce, dal fervore, dall’altro, dalla sofferenza. Come se bastasse, come se non ci fosse un fischio di fondo a ricordarci chi siamo, chi siamo stati; come se… A volte l’impresa ha successo. Meglio, illude di esserci riusciti: lontani, ibernati, soli. Finalmente liberi o eternamente prigionieri? 

È “Tracce Brillanti”, spettacolo messo in scena da venerdì 17 a domenica 19 luglio al teatro di San Giovanni nell’ambito del festival Ecce Histrio da AvvenimentiCritici, alias i bresciani Ettore Oldi e Marco Zavarise (rispettivamente regia e interprete di Henry) e la milanese Anna Penati, sul palco nei panni di Rosannah.

Abito da sposa, monologo disconnesso da iperglicemia e principio di assideramento, Rosannah piomba nell’eremo di Henry. Pensava di fluttuare nello spazio tra le galassie, si aggrappa al volante come alla forza di gravità per non essere catapultata nell’universo e restare adesa a una Terra di cui però ha già smarrito dimensione e tempo. Un fidanzato abbandonato all’altare. Reo, o forse nemmeno, di vivere come sotto sedazione, inerte, al pari degli ospiti della cerimonia. Rosannah, lei, è sveglia, nelle vene brandelli di un cuore sbriciolato in mille pezzi, perché sì, i cuori si spezzano. Eccome, se tuo padre non ti riconosce il giorno del tuo matrimonio. “Non sono qui, sono nello spazio”. È pazza. Sì.

No, non lo è. Dipanato il ragionamento che pare un delirio, in fondo la spiegazione di Rosannah non fa una grinza. Per Rosannah ed Henry la chiave è la fuga. Per lei da una vita che le blocca i piedi e non le consente di camminare in avanti, per lui l’esistenza è cristallizzata nella colpa mai avuta di una figlia morta per un incidente. Si fugge da se stessi per ritrovarsi soli con se stessi. Paradosso dei cuori frantumati in milioni di piccoli tasselli.
Ma quando le cicatrici ti martoriano il corpo e quando ormai è come se fossi di cera, contro ogni previsione sei pronto a scioglierti alla prima fonte di calore: un extraterrestre. Non importa che sia piccolo, grinzoso o con le antenne, sarebbe sufficiente essere finalmente certi che si tratti di “quella” persona. Non si parlava di alieni? Forse. Ma quando il proprio posto nel mondo tangibile sembra vacillare si esplorano altri universi. Per provare a (ri)prendersi, a farsi prendere, a prendere.

Movimenti puliti, pulitissimi. Scenografia impeccabile, da abbattere a calci in epilogo come le band più rock per giocare infine a lanciarsi i frammenti rimasti: così sono iniziate alcune delle migliori storie d’amore. Interpretazione nervosa e a scatti per lei, come si conviene al personaggio. Incredulo e ritratto lui, spiazzato da ciò cui aveva giurato di non avvicinarsi mai più.


Al netto di giudizi critici e tecnici appannaggio di esperti, lo spettacolo è di quelli che all’uscita fanno dire “bello”. Parola vuota, un tutto e niente. “Bello”. Che significa bello? Che ha saputo raccontare un po’ di vita di ciascuno di noi. Qualsiasi cosa voglia dire.

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