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Variante indiana, famiglia contagiata in Veneto: "Allora si è già diffusa anche altrove"

Dopo la scoperta nel distretto Alto Vicentino, il microbiologo Andrea Crisanti punta il dito contro l'assenza di un sistema di sorveglianza adeguato. Ma per molti esperti è ancora presto per fasciarsi la testa. Maga (Cnr): "Non si tratta di una mutazione nuova, c'è troppo allarmismo"

In relazione ai due casi di variante indiana riscontrati in Veneto, nel Distretto Alto Vicentino, e resi noti lunedì in conferenza stampa da Luca Zaia, l’Ulss 7 Pedemontana precisa che i pazienti sono in quarantena a casa, insieme al resto del nucleo familiare.

Appena rientrati in Italia dall’India, avevano correttamente segnalato all’Azienda socio-sanitaria il loro viaggio e si erano posti in isolamento domiciliare preventivo, come previsto dalle direttive in vigore. L’Ulss 7 Pedemontana aveva quindi programmato per loro un tampone che ha dato esito positivo: il campione è stato quindi sequenziato, come avviene di prassi per tutti i soggetti positivi di rientro dall’estero, al fine di monitorare l’ingresso e la diffusione delle varianti del virus.

Crisanti: "Ampiamente diffusa anche altrove

"Se la variante indiana di Sars-CoV-2 è stata trovata in Veneto, vuol dire che è già ampiamente diffusa anche altrove. Perché il nostro Paese ha una bassissima capacità di sorveglianza, non ha la sensibilità necessaria per intercettare tempestivamente" i mutanti. E' quanto afferma il microbiologo Andrea Crisanti, commentando la notizia - comunicata nel pomeriggio dal governatore Luca Zaia - dei primi due casi di variante indiana confermati in Veneto, all'Ulss Pedemontana di Bassano, dove peraltro ci sono anche due casi in valutazione in attesa di conferma. A risultare positivi a questa particolare mutazione del virus sono un padre e sua figlia di ritorno dall'India. Dobbiamo preoccuparci? "Sono mesi che dico che bisogna creare un sistema di sorveglianza adeguato in Italia, che ancora non c'è", dice Crisanti. Che poi chiarisce meglio il suo discorso. "Il problema è che tutte queste nuove varianti rappresentano una minaccia sia alle riaperture, per le quali è già un problema la variante inglese, ma sono una minaccia anche al programma di vaccinazione. Vanno monitorate e noi ancora non abbiamo la capacità per farlo".

"Quella indiana - prosegue Crisanti - sembra una variante che ha un'elevata capacità di trasmissione e, sulla base delle mutazioni che la caratterizzano, potrebbe avere anche una certa resistenza al vaccino". Se fosse confermato questo aspetto "si abbasserebbe la soglia di protezione. Ciò significa che se una persona vulnerabile è protetta dall'infezione da variante inglese/europea, con questa potrebbe non esserlo altrettanto e fare una malattia più grave". Il problema, però, per Crisanti "è generale". Il dramma dell'India "non si può spiegare solo con carenze strutturali, non è questa e basta la questione. Al di là della situazione sanitaria particolare, può accadere ovunque e lo abbiamo visto: laddove c'è trasmissione elevata del virus, c'è più probabilità che emergano varianti e, se si aggiunge anche il vaccino, il rischio è che si creino varianti resistenti" alle iniezioni scudo. L'ideale quindi "sarebbe vaccinare in una situazione di chiusura. Invece noi - argomenta Crisanti - stiamo facendo l'opposto. E' impressionante. Incredibile".

Come stanno le cose? Sulla variante indiana gli studiosi si dividono. Per Roberto Burioni è ancora troppo presto per fasciarsi la testa. Anzi. "In India la situazione è drammatica - ha scritto l'altroieri il virologo -, ma è tutto da dimostrare che sia dovuta alla variante indiana (B.1.617) che non sembra, almeno per ora, avere caratteristiche particolarmente pericolose considerando le sue mutazioni. Occhi aperti, ma niente panico e niente varianterrosismo".

I contagiati in Veneto

Le persone contagiate resteranno in isolamento finché il tampone negativo non sancirà la fine della loro contagiosità. Al momento presentano una sintomatologia lieve: "Va riconosciuto ai pazienti di avere seguito in modo molto scrupoloso le regole - sottolinea il Direttore Generale Carlo Bramezza - e questo sicuramente ha consentito di ridurre la possibilità di un’ulteriore diffusione del virus in questa variante, ancora piuttosto rara in Italia. Questa è la dimostrazione che il sistema sanitario funziona, ma anche che per farlo funzionare serve che ci sia senso di responsabilità da parte di tutti".

Fonte: Vicenzatoday.it

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