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Opinioni

Giovanni Pizzocolo

Giornalista Brescia BresciaToday

Mamma e papà al lavoro, i figli giocano a calcio, al confine si scavano fosse comuni

"Alì dagli Occhi Azzurri, uno dei tanti figli di figli, scenderà da Algeri, su navi a vela e a remi. Saranno con lui migliaia di uomini, coi corpicini e gli occhi di poveri cani dei padri, sulle barche varate nei Regni della Fame". Inizia così la struggente poesia "Profezia" di Pier Paolo Pasolini, scritta nel lontano 1962. Oggi, nel suo sessantenario, sono ancora migliaia gli "Alì dagli Occhi Azzurri" che cercano di raggiungere l'agognato Nuovo Mondo dai Regni della Fame. E in quei tentativi, a miglia e miglia di distanza dal deserto delle nostre anime, tanti occhi azzurri restano chiusi per sempre.

È successo venerdì scorso a Melilla, sul confine Marocco-Spagna, dove in 37 hanno trovato la morte nel tentativo d'entrare nell'enclave iberica, provando a scavalcare il sistema di reticolati fatto alzare dall'attuale governo a 10 metri d'altezza, affinché l'altrui disperazione resti lontana dalle televisioni, non rubando spazio ai consigli per gli acquisti. A Melilla, quei giovani migranti sono morti asfissiati, schiacciati, calpestati nella ressa; o massacrati di botte dai gendarmi. Il premier Sánchez, il Signore delle Mosche a capo del partito socialista, ha difeso l'operato dei militari contro "un attacco all'integrità territoriale". Trentasette persone morte massacrate o soffocate: il patrio suolo val pure il loro sangue.

Non resta nemmeno l'ossigeno alla disperazione. Sotto i reticolati, nelle bagnarole naufragate (e ignorate) in mezzo al Mediterraneo, nel rimorchio di un camion in viaggio verso un sogno di benessere, anche dall'altra parte dell'Atlantico. Lunedì, a San Antonio (Texas), la più grande strage di migranti della storia statunitense: 51 persone trovate senza vita all'interno del rimorchio di un tir. Senza un filo d'aria, per cercare di oltrepassare il filo spinato dei reticolati (fuori c'erano temperature di oltre 40 gradi), quel filo spinato su cui abbiamo eretto una gabbia dorata, al cui interno viviamo indisturbati le nostre vite quotidiane. Il padre va in fabbrica, la mamma in ufficio, i figli giocano a calcio, mentre – in un campo bruciato dal sole – si riuniscono le silenti famiglie delle fosse comuni; spoglie di migranti, scarni detriti di vita terreste ai confini d'Europa.

Fuori il mondo ha fame, fuori si accalcano esseri di un'umanità negata, "essi sempre deboli, essi sempre timidi, essi sempre infimi, essi che ebbero occhi solo per implorare", riprendendo ancora le parole di Pasolini. A San Antonio è stata la più grande strage di migranti della storia americana, la più grande strage fino ad ora. Ne seguiranno altre, peggiori, più terribili, dal Texas alle coste di Lampedusa, da Melilla alle terre dei Rohingya: alla fine resterà niente più che qualche foto delle vittime allineate a terra, una parallela all'altra. Una lunga linea di morte a intermittenza, il nero dell'asfalto e il bianco dei lenzuoli a celare i cadaveri, l'anonima sequenza geometrica del codice a barre impresso sulle merci, quelle merci che, invece, viaggiano libere su questa Terra.

Mamma e papà al lavoro, i figli giocano a calcio, al confine si scavano fosse comuni

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