Calze e tessile in crisi: 2.000 posti a rischio e licenziamenti via fax

Sono già 2mila i lavoratori e le lavoratrici in cassa integrazione, a cui si aggiungono quelli del comparto tessile. A Mantova la protesta delle donne Omsa, con il licenziamento fissato per il 14 marzo: "Basta bugie"

Sono circa 2mila i posti a rischio, già in cassa integrazione, nella cosiddetta ‘area delle calze’, tra Mantova e Brescia, tra Castelgoffredo e Borgo San Giacomo passando per Castiglione delle Stiviere. Ma se in territorio bresciano i numeri sono appena inferiori ad essi vanno aggiunti quelli dell’industria del comparto tessile: aziende che falliscono, aziende che vanno in mobilità, aziende che de localizzano. Perché de localizzare al giorno d’oggi sembra la prerogativa numero uno, ce lo insegna la Fiat di Sergio Marchionne, ce lo insegna la Golden Lady di Nerino Grassi, sulle cronache nazionali anche per le 240 donne di Omsa che a breve perderanno il posto di lavoro. I tempi stringono, la data fissata per il licenziamento collettivo è il 14 marzo. Licenziamento clamorosamente arrivato via fax, alla vigilia di Capodanno.

Resta da vedere a quanto serviranno gli incontri già fatti e quelli ancora da fare. “Non vogliamo cedere alla rassegnazione”, fanno sapere dai sindacati, mentre dal mantovano e da Castiglione (sede della Golden Lady) le rassicurazioni sono poche. Il 15  gennaio scorso le operaie Omsa sono scese in piazza con le loro ‘Brigate Teatrali contro la Delocalizzazione e il Licenziamento’, e come annunciato dai volantini si sono sedute “tutte in terra in difesa del lavoro”. Su internet il boicottaggio continua, nonostante il primo forfait della COOP che pur sembrava pronta a schierarsi a fianco dei lavoratori e delle lavoratrici.

Da Facebook sono già più di 100mila. “Quello che conta – hanno tuonato le donne a rischio licenziamento – è colpire Nerino Grassi nel portafoglio. Finché non ci sarà una vera riconversione noi chiediamo che la gente ci aiuti non comprando più tutti i suoi marchi”. Per ora solo promesse non mantenute, come alla firma del protocollo del febbraio 2011, in cui la proprietà si è impegnata a “garantire la ricollocazione del sito produttivo e a tutelare le lavoratrici, fino a che non si fosse fatto avanti un compratore”. Ma di acquirenti ancora non se ne vedono. “L’Omsa non è un’azienda in crisi – ancora i sindacati – e quando ha deciso di delocalizzare in Italia ha sfruttato la cassa integrazione, e in Serbia ha aumentato i dipendenti da 1900 a quasi 2000. Accrescendo di conseguenza anche la produzione”.

E dal generale al locale il passo è breve. C’è stato l’autunno caldo, c’è stato l’inverno tiepido, ma i problemi veri sono il crollo del fatturato fino al 20% in meno, la difficoltà di sopravvivenza di aziende troppo piccole e mai al passo con l’innovazione, l’aumento dei costi delle materie prime. “Troppo comodo scappare dall’Italia senza lasciare garanzie – raccontano le più combattive – Troppo comodo esaltare il sistema capitalista e la concorrenza solo quando fa guadagnare i padroni”. Da Mantova a Brescia qualcuno chiuderà perché non ce la fa più, qualcun altro chiuderà perché tanto vale delocalizzare.

Importa a pochi, e forse ancora meno, che in Regione Lombardia ci sia un bando chiamato ERGON, per il dialogo e l’aggregazione delle piccole imprese. La zona che fino a 20 anni fa era considerata il polo del calzaturiero europeo, e anche un po’ mondiale, giorno dopo giorno si illumina di meno, fino a spegnersi lentamente.
 

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