Ricoverata per problemi di cuore: scopre di avere il Covid-19, ma viene dimessa

L’ennesima storia che testimonia la malagestione lombarda dell’epidemia arriva da Rezzato. La donna, positiva al Covid -19, è tornata a casa dal marito e dai figli. La denuncia del coniuge: “La chiamata da parte di Ats è arrivata dopo 10 giorni, nel frattempo sarei potuto andare in giro a infettare chiunque”

Foto d'archivio

Nulla, o quasi, sembra essere cambiato dall’inizio dell’emergenza Coronavirus. La regola delle tre T - testare, tracciare, trattare - dettata dall’Organizzazione mondiale della Sanità, in Lombardia sembra proprio non valere. L’ennesimo caso di malagestione del contenimento dell’epidemia arriva da Rezzato.

Protagonisti D.T, macellaio in un supermercato della zona, e la moglie. La donna è affetta da una cardiopatia congenita, e rientra quindi nelle categoria di pazienti a rischio di sviluppare forme più gravi di Covid. Ma sono stati proprio i problemi al cuore a permetterle di scoprire che aveva contratto l’infezione. Costretta a letto dalla fine di febbraio, non è mai uscita di casa e non ha mai manifestato alcun sintomo del Coronavirus.

“Il sei maggio ho portato mia moglie al pronto soccorso per un accumulo eccessivo di liquidi nel corpo e, come vuole la prassi, le hanno fatto il tampone. L’ospedale Poliambulanza mi ha comunicato l’esito il mattino successivo: era positiva”, racconta D.T, che subito si è prodigato per capire quali procedure doveva seguire.

"Ho chiamato il medico di base e mi ha detto di considerarmi in quarantena. Stesso discorso per i miei due figli. Ma nessuna telefonata è arrivata da Ats, almeno fino al 16 maggio: nel frattempo, se fossi stata una persona disonesta, avrei potuto uscire di casa e infettare chiunque. Mi chiedo cosa sarebbe accaduto, se io non avessi informato il medico di fiducia delle condizioni di mia moglie: avrei potuto continuare la vita di sempre, andare a lavorare e mettere a rischio i miei colleghi. Tutto ciò è assurdo e inaccettabile."

Non solo. Al termine del ricovero per problemi cardiaci la 47enne, ancora positiva al virus, è tornata a casa, rischiando così di contagiare i suoi familiari: "Mi hanno detto che per mia moglie non c’era posto nelle strutture riabilitative a lunga degenza e che quindi veniva dimessa al domicilio - spiega il macellaio - .Ho chiamato il numero verde di Regione Lombardia: mi hanno detto di vivere da separati, ma sotto lo stesso tetto, e di disinfettare tutto con la candeggina."

Nel frattempo, sempre il medico di base, ha prescritto il tampone a D.T., ai figli - uno dei quali ha manifestato alcuni sintomi della malattia - e alla suocera, che aveva avuto contati con la 47enne prima del ricovero. "Dopo aver passato 18 giorni con il patema d’animo,  finalmente il 18 maggio ci è stato fatto il test, ma ancora non conosciamo l’esito. Anch’io potrei essere positivo asintomatico come mia moglie e averei sulla coscienza i miei colleghi: fino al 7 maggio, quando mi è stato comunicato l'esito del tampone di mia moglie, sono andato a lavorare".

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