Coronavirus

Non sia un'altra Val Seriana: chiudere Milano per salvare la Lombardia (e l'Italia)

Editoriale - Il paradigma per la seconda ondata doveva essere: prima interventi di mitigazione locali, poi nazionali. Invece è accaduto il contrario e, intanto, Milano è diventata una città-focolaio (i contagi sono fuori controllo) che rischia di trascinare con sé l'intera regione

256, 133, 173, 140, 318, 174, ieri 253: sono i nuovi ricoveri per coronavirus nell'ultima settimana in Lombardia, per un totale di 1.447. A questi si aggiungono i numeri delle terapie intensive, arrivati a quota 271. La media, sempre nell'ultima settimana, è stata di 21 al giorno: il trend di crescita è esponenziale, non c'è bisogno di essere esperti di statistica per capire che, anche nel breve periodo, questo andamento non è sostenibile. La regione guidata da Fontana e dal sempre vigile Gallera, al massimo sforzo può arrivare a 1400 letti di TI. Nel giro di un mese, anche ipotizzando un ottimistico (ma non realistico) andamento lineare dei ricoveri, si arriverà ben oltre la soglia di allerta.

Ottobre, ricoveri in TI-2

È proprio ragionando su questi numeri, che il Governo ha deciso il lockdown serale di bar e ristoranti. Nel corso di una pandemia, starsene a bere e a mangiare in un locale chiuso non è certo una grande idea: secondo uno studio dei Centers for Disease Control and Prevention (importanti organismi di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti), tra gli adulti che hanno fatto il test del SARS-CoV-2, quelli positivi hanno segnalato il doppio delle volte di cenare al ristorante, rispetto a quelli risultati negativi. Ed è inutile strillare che sulla metropolitana e negli autobus è sicuramente peggio: si va per progressività, prima di paralizzare il sistema di trasporti di un paese è meglio chiudere qualche cucina. Naturalmente, chi vede la propria attività bloccata dovrà essere rimborsato dallo Stato e, se i soldi non arriveranno, farà bene a scendere in strada a protestare. È chiaro che farlo prima non ha senso, nonostante la rabbia comprensibile.

C'è però qualcosa che non torna, nella strategia di contenimento dei contagi; ed è proprio la suddetta progressività. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, da mesi cantilena in ogni intervista di misure "mirate" e – per l'appunto – "progressive"; non se ne sono viste finora. La sensazione è che si sia arrivati al mini-lockdown per non dover dichiarare zone rosse due grandi metropoli come Milano e Napoli. Nessuno ne ha il coraggio, né il Governo né la Regione: valga per tutti gli italiani, allora. Il paradigma d'intervento doveva essere prima il locale e poi il nazionale, ma è stato irrazionalmente invertito nell'arco di pochi giorni. Però è inutile girarci attorno, il capoluogo meneghino è oggi la nuova Val Seriana: è lì che si registra la metà dei contagi lombardi giornalieri. Come se non bastasse, gli ospedali sono già allo stremo, i malati vengono trasportati nei nosocomi di Brescia, Bergamo e Cremona.

Nonostante la fesseria delle discoteche riaperte, quest'estate siamo stati la nazione con le regole anti-contagio più severe dell'intera Europa, gli unici a mantenere sempre l'obbligo di mascherina all'interno dei locali pubblici e dei mezzi di trasporto. Oltralpe, i risultati si sono visti: gli ospedali parigini sono già al collasso da dieci giorni, l'abbiente Olanda sta già portando i suoi malati più gravi in Germania, proprio come successo a Bergamo durante la prima ondata, mentre la (spudoratamente) ricca Svizzera ha annunciato che – con l'attuale tendenza – il limite di capacità delle terapie intensive sarà raggiunto tra il 5 e il 18 novembre (e intanto, in molti cantoni, le case di riposo sono ancora aperte ai parenti senza restrizione alcuna; pura follia). Non è solamente una questione di soldi, reagire bene in una situazione d'emergenza: ma soprattutto di regole logiche e rigorose, e di tanta (auto)disciplina da parte dei cittadini.

Non ha senso vanificare quanto fatto di buono in tutti questi mesi, allora. E purtroppo non c'è altra soluzione: Milano e i comuni della "Città metropolitana" sono uno spaventoso supercluster, oltre 3,2 milioni di abitanti addensati in 2.080 per chilometro quadrato, dei quali – nell'ultima settimana – in 2.000 sono risultati giornalmente positivi al Covid-19. Tutta l'area deve essere dichiarata zona rossa, proprio come la piccola Codogno, consentendo all'interno solo il lavoro a distanza, almeno per i giorni necessari a far scendere la curva di ricoveri e contagi, e a consentire alle Ats di riprendere il controllo del tracciamento dei contatti. Una misura, questa sì, che avrebbe un effetto molto più incisivo della chiusura serale dei locali. Anche perché, tra le poche certezze che abbiamo raccolto da febbraio, c'è la sicura efficacia del divieto di spostamento per fermare la pandemia. Per chi non ne fosse convinto, basti pensare che, nel mese di marzo, a Bergamo c'è stato un aumento della mortalità del 568%, mentre a Roma è diminuita del 9,4%.

All'arrivo della prima ondata, Conte e Fontana hanno perso tempo prezioso genuflettendosi davanti a Bonometti e Confindustria, alla loro volontà (leggasi profitto a ogni costo) di restare aperti per non dare "un segnale di mancata capacità produttiva". Ma sia il premier sia il governatore hanno ora il dovere di prendere una decisione: bisogna chiudere il capoluogo lombardo il prima possibile, per evitare che la seconda ondata travolga il resto del Nord in poche settimane. È tempo di fare una scelta coraggiosa oggi, per evitarne una ben più drammatica domani: un nuovo lockdown generale che affosserebbe del tutto la nostra già traballante economia. Purtroppo, guardando a Milano, l'impressione è che sia già troppo tardi.

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