Bonometti, la strage del Covid a Bergamo e "la necessità di tenere aperto"

L'editoriale

Marco Bonometti - Ansa Flavio Lo Scalzo

In procura a Bergamo è stato convocato Marco Bonometti, l'industriale bresciano presidente di Confindustria Lombardia. I pm stanno indagando sulla mancata 'zona rossa' ad Alzano. Comunque vada, Bonometti ne uscirà pulito perché - legalmente - è più pulito di un capo fresco di bucato: sono stati Governo e Regione a scegliere di non istutire la zona rossa in Val Seriana, non spettava certo a lui la decisione ultima. 
Ma la comunità umana non si fonda solo sulla legge, anzi. Esistono aspetti più importanti: tra questi c'è la morale, la libera scelta tra bene e male. Bonometti ha sempre scelto che il bene fosse tenere aperte le aziende, anche di fronte ai dati su un'epidemia che si espandeva a macchia d'olio, anche di fronte alle terribili immagini provenienti dagli ospedali e alle notizie di centinaia di morti. 
Per Bonometti la salute degli operai era un costo trascurabile? A stare ai fatti, sembrerebbe proprio di sì: ha sempre fatto pressione affinché non venissero fermate le linee di produzione, arrivando persino ad affermare che la diffusione del Coronavirus era dovuta agli allevamenti. 
Oltre alle dichiarazioni, in una delle quali definisce la zona rossa "non utile, anzi dannosa", c'è persino un comunicato ufficiale datato 11 marzo: “Il Consiglio di Presidenza di Confindustria Lombardia, riunitosi ieri in via straordinaria e presieduto da Marco Bonometti, ritiene quindi indispensabile la necessità di tenere aperte le aziende, dando continuità a tutte le attività produttive e alla libera circolazione delle merci, poiché interrompere oggi le filiere significherebbe perdere il mercato di appartenenza e chiudere imprese di territori a forte vocazione export vuol dire dare all’estero un segnale di mancata capacità produttiva difficile da recuperare nel breve periodo.”. 
Al 10 marzo in Lombardia i casi positivi erano 5.791, con una crescita di 322 in un giorno e di 505 nuovi ricoveri, saliti a quota 3319; i morti accertati 468, i pazienti in terapia intensiva 466 (con 1.472 casi, Bergamo era già la provincia con le maggiori criticità). Ma per Confindustria Lombardia e per Bonometti era innanzitutto fondamentale non "dare all’estero un segnale di mancata capacità produttiva". Non importa se gli operai portavano in giro il contagio, magari infettando i familiari, rischiando di portarli alla morte. Quelli non erano difficili da recuperare nel breve periodo?
Solamente sette giorni dopo il comunicato, siamo alla sera del 18 marzo, Bergamo è finita sui giornali di tutto il mondo, con le bare spostate dai camion dell'esercito; il tasso di mortalità era aumentato del 568%, si scoprì più tardi. Chissà, forse un po' di rimorso per quanto avvenuto tormenta Bonometti, un piccolo peso da spendere nella libera circolazione delle coscienze.

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