Profughi a Collio, un disoccupato: "Loro hanno tutto, noi nessun diritto"

Manifestazioni e proteste contro i 19 richiedenti asilo ospitati in una struttura di San Colombano si protraggono da giovedì 27 agosto. Un disoccupato del paese prova a spiegare la ragione di tanto accanimento. Un altro albergo della frazione di Collio si candida per l'accoglienza dei profughi

Alcuni dei profughi ospitati dall'albergo "il Cacciatore" - Copyright © Bresciatoday

COLLIO. La disperazione non ha età, né colore, né “razza”. Disperati sono i 19 richiedenti asilo ospitati all’hotel “il cacciatore” di San Colombano, sulla cui incolumità vigilano carabinieri e polizia. Vivono asserragliati nelle stanze dell’albergo ormai da 6 giorni e 6 notti. Da quando sono arrivati, giovedì 27 agosto, a più di 1000 metri di quota. La frazione di Collio, che conta non più di 200 anime, è l’ultima tappa di una fuga dalle guerre, dai conflitti tribali, dalle persecuzioni condotte (ufficialmente) in nome di un credo religioso. Guarda le foto

Alcuni di loro mostrano i tagli che hanno sulle braccia: sono i segni lasciati dalla prigionia in Libia. La loro unica colpa: scappare dalle bombe e dalle torture targate Boko Haram. Le violenze sono continuate sino al loro arrivo sulle coste siciliane. Poi Bresso e l’Asilo Pampurri di Brescia, dove hanno vissuto momenti di quiete prima della tempesta che si è scatenata in alta valle. Contro di loro ha preso posizione un intero paese. Proteste - con tanto di lancio di uova e sassi - raccolte di firme, manifestazioni, presidi sotto le finestre dell’albergo sono ormai una routine nel comune valtrumplino. 

Nel coro di voci che non conosce stonature, a gridare la propria rabbia c’è anche D., un disoccupato di circa 40 anni. Con i 19 ospiti della struttura gestita dal colliense Giovanni Cantoni - isolato dal resto della comunità e ripetutamente bersagliato da minacce e insulti - condivide l’età e la disperazione.

D. non ha un lavoro da 2 anni, non percepisce alcun sussidio statale e cova parecchia rabbia e rancore nei confronti di uno Stato che “al posto di aiutare noi italiani dà i soldi agli extra comunitari”. Vuole fare sentire le sue ragioni, la sua voce. Per questo è sceso in piazza seguendo lo slogan “Brescia ai Bresciani”, movimento che ha perso il suo leader Simone Riva, morto in un tragico incidente in montagna. 

“Mi sento preso in giro - commenta -. Loro hanno tutto: smartphone, vestiti di marca, telefonini sempre carichi, autobus pagati, wi-fi, manca solo che gli costruiscano una piscina. Io, invece, per spostarmi faccio l’autostop e vivo di lavoretti saltuari: quello che capita mi va bene pur di guadagnare qualcosa. Prima facevo il muratore, ma con la crisi non c’è più lavoro.”

Tra le preoccupazioni e le ragioni che hanno spinto anche il sindaco del paese, Mirella Zanini, ad unirsi al fronte anti-profughi, c’è il presunto danno creato all’economia locale, che si baserebbe sul turismo. I villeggianti sarebbero scappati vedendo le loro vacanze disturbate e rovinate dall’arrivo dei richiedenti asilo. 

“Ma quale turismo? - ribatte D. -. Non è mica quello di 20 anni fa. Ora di villeggianti ce ne sono ben pochi. Non si costruisce più da anni e per questo non c’è lavoro. La situazione qui è uno schifo, chi è riuscito ha trovato occupazione in città, ma tanti sono rimasti senza nulla. In più ci mandano sù questi qua, ma se non c’è lavoro per noi come può esserci per loro? Tanto a loro non serve lavorare, sono mantenuti dallo Stato. Non sono razzista, ma perché  loro hanno dei diritti che noi non abbiamo? Se non cambia qualcosa prima o poi si arriva alle mani". 

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