Madre massacrata con 30 coltellate: adesso le intimidazioni ai familiari

Un nuovo e inquietante elemento quando mancano pochi giorni alla sentenza definitiva in Cassazione: Chaanbi Mootaz è già stato condannato a 30 anni

Daniela Bani

Inquietanti telefonate silenziose dalla Tunisia all'Italia, rivolte ai parenti, ai conoscenti e pure all'ex legale di Daniela Bani, la giovane donna di Palazzolo sull'Oglio brutalmente uccisa dal marito Chaanbi Mootaz, ricercato per più di quattro anni prima di essere arrestato solo pochi mesi fa nel suo Paese natale, dove attualmente si trova in carcere. A breve verrà celebrato anche il processo in Cassazione, dopo la sentenza in appello che ha confermato i 30 anni di reclusione. Dopo il processo, si ragionerà all'estradizione.

Le telefonate delle ultime settimane sono un nuovo capitolo, l'ennesimo, della triste vicenda che risale al settembre di cinque anni fa, il giorno in cui Daniela, madre di due figli piccoli, venne uccisa da Mootaz con più di 30 coltellate. Lo scrive Il Giorno: le chiamate si sarebbero ripetute già dalla fine di aprile.

Telefonate anonime dalla Tunisia

Proprio in avvicinamento alla definitiva sentenza della Cassazione, con probabile estradizione. Ma chi è che telefona? Forse Mootaz dal carcere? O qualche suo amico, qualche “sicario”? Domande lecite, soprattutto per la “precisione” con cui queste telefonate vengono reiterate. Ne sono state coinvolte sia Paola Radaelli, presidente dell'Unione nazionale vittime, l'associazione che assiste la famiglia di Daniela, e poi Giuseppina Ghilardi, la madre della ragazza uccisa, e l'avvocato Silvia Lancini, ex legale dei familiari. A loro le chiamate arrivavano quando Mootaz era ancora libero.

In meno di un mese almeno sei telefonate, fa sapere Radaelli, sempre da numeri diversi ma tutte arrivate dalla Tunisia. Dell'accaduto se ne sta già occupando la Procura: la donna ha infatti raccolto le testimonianze di Ghilardi e Lancini e ha sporto denuncia. Venerdì mattina è in programma un simbolico presidio proprio fuori dalla Corte di Cassazione, in attesa della sentenza.

La fuga e l'arresto

Mootaz era scappato in Tunisia, subito dopo aver compiuto il brutale omicidio. Quel giorno, il 22 settembre, in casa non erano solo: c'era anche uno dei due figli, che poi racconterà in un tema a scuola quello che lui stesso definirà come “il giorno più brutto della mia vita”. Mootaz tornerà in Tunisia, dove continuerà la latitanza. Sfacciato, pubblicherà più volte status, aggiornamenti e fotografie (anche dei figli) su Facebook. Poi nel febbraio scorso l'arresto: preso dalla polizia tunisina e trasferito in carcere. A breve la Cassazione, e poi forse l'estradizione.

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