Bersani e Ambrosoli: «Il nostro grande tema, il tema sociale»

Alla Camera di Commercio la chiamata del PD, la risposta di Brescia: sul palco Bisinella e Mucchetti, Ambrosoli e Bersani. Tempo di elezioni, manca poco più di un mese: "Vincere per cambiare le cose"

© BresciaToday

Se non erano un migliaio là dentro ci mancava davvero poco, più qualche centinaio in esterno che per un po’ ha atteso, sperando di entrare, anche sotto la neve. Il popolo della sinistra (magari con il prefisso centro) risponde alla chiamata e occupa fino all’ultima sedia utile l’auditorium della Camera di Commercio, la chiamata della elettoral tornata di fine febbraio, doppio giorno e doppia elezione, e in città allora sono arrivati insieme, in ordine alfabetico Umberto Ambrosoli e Pierluigi Bersani. Introduzione accesa, per scaldare un po’ l’ambiente mentre il pubblico caldo lo era già, “non dimentichiamoci che andiamo a votare in Lombardia non perché è finita la legislatura ma perché in Regione si era insediata la ndrangheta”, ci ricorda il segretario provinciale Pietro Bisinella, “l’eccellenza deriva dal merito, e l’eccellenza ce l’abbiamo noi, Ambrosoli e Bersani, le facce giuste per rappresentare l’Italia giusta, altro che cloni umani e ministri in silicone”.

Secondo round, tocca a un altro bresciano doc ma con il cuore forse a Milano, il lavoro è il lavoro, Massimo Mucchetti dalla penna al seggio ‘accarezza’ il centrodestra, “noi non abbiamo nemici ma avversari”, poi prende la mira e alza il tiro, parla di Brescia e degli errori fatti e in corso, come l’ex Oviesse o il terreno di Guidizzolo, parla di una bresciana, la fischiatissima ex ministra Gelmini, “tanto brava a parlare di merito anche se la laurea se l’è comprata in Calabria”, e in Lombardia non mancano mai, Comunione e Liberazione, “credevano così tanto nel bene comune che in Regione ci hanno portato la ndrangheta”.

Ora è il momento del candidato in Regione, Umberto Ambrosoli presenta la sua “battaglia d’inverno”, il maglione e la camicia che lo contraddistinguono, il ringraziamento alla sua ‘nuova’ gente, “è straordinario il mio onore nel rappresentare le vostre attese e le vostre speranze”, la risposta al ‘forzaleghismo’, spazio “al merito e non agli interessi e alle amicizie”, il PD come “un partito che quando alza lo sguardo non vede elettori a cui regalare vane promesse ma cittadini di cui guadagnarsi il rispetto”, e ancora “la vittoria è possibile, ditelo a tutti: stavolta ce la facciamo!”.


Un partito che ci vuole, esordisce così la star di giornata, il Bersani candidato premier, “ci vuole la politica e allora ci vuole il partito, l’infrastruttura di una riscossa civica, un grande partito popolare e riformista, radicato ovunque, aperto anche ai movimenti di partecipazione spontanea”. Orgoglio PD, “nessuno può venire a darci lezioni, la nostra coerenza è anche coraggio, dobbiamo resistere alla demagogia senza mai perdere di vista il nostro grande tema, il tema sociale”. Il Bersani candidato premier ci regala pure qualche risata, quando parla degli avversari, in Regione e a Roma, “quello che dice che i ristoranti sono pieni, ma forse era l’altra sera o l’altra sala”, oppure “quel Maroni lì che vuole fare e brigare, perché così tanta fretta solo ora dopo che c’hai avuto dieci anni comodi comodi”, infine il sorriso che diventa rabbia, la memoria corta di “chi prima invita i fascisti dichiarati di Casa Pound e poi addirittura vuole abolire i sindacati, e sappiamo bene chi è stato l’ultimo ad abolirli”.

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Italia ma Europa, “e non è mica solo il fiscal compact ma un luogo di civiltà, di diritto e di cultura, insomma è il nostro futuro, non possiamo più nemmeno immaginare di poter arretrare i nostri obiettivi”. Pillole di programma, fino all’ovazione di rito con i Giovani Democratici alle spalle, visti i tempi (e la disoccupazione, quella giovanile sfiora il 37%) abbiamo scelto il lavoro o meglio, come dice ancora Bersani, “la battaglia del lavoro, se vogliamo il progresso dobbiamo impegnarci tutti, creare buona occupazione, costruire un meccanismo di rappresentanza in cui i lavoratori possano riconoscersi”. Chissà se pensava alle fabbriche, a quelli che dicono di non essere più tanti convinti, lo hanno detto anche dall’Iveco, sarebbe da chiederlo proprio a lui, chissà se è tornato il ‘compagno’ Bersani.

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