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Lo sfogo di Giampaolo: "Chi è il mio datore di lavoro, ultrà o Corioni?"

Il coach dimissionario si dice umiliato da un calcio selvaggio e attacca la società: "Mi hanno fatto passare per pazzo, avevo detto chiaramente che lasciavo, sapevano tutto"

Marco Giampaolo

Tre giorni di silenzio, e due anni di contratto stracciati. Non capita spesso, nel calcio, che sia un allenatore a lasciare il suo incarico e non viceversa. Marco Giampaolo, 47 anni, una carriera tra piccole di serie A e ambizioni in B, non ha solo scelto di chiudere la sua esperienza al Brescia.

Ha anche detto no "a un modo di intendere il calcio selvaggio, dove un pareggio è una mezza sconfitta e una vittoria è dovuta. Bastano cinque giornate di campionato e vai a processo davanti a 50 tifosi: umiliante - è il suo sfogo alla stampa, dopo 72 ore nelle quali era dato per disperso - Ma io dico: chi è il mio datore di lavoro, il presidente Corioni o gli ultrà?".

La sequenza dei fatti. Giampaolo, fermo l'anno scorso dopo le esperienze a Cagliari, Siena, Catania e Cesena e dopo essere anche accostato a grandi club, a giugno firma un biennale col Brescia di Gino Corioni. A luglio il suo vice Fabio Gallo si dimette, la tifoseria non lo vuole perchè ha lavorato all'Atalanta.

A fine agosto il campionato parte con tre pareggi, la prima vittoria arriva a Terni. Poi il 21 settembre la sconfitta in casa col Crotone. La domenica dopo Giampaolo incontra i tifosi - "lo voleva la Digos", dirà Corioni, che poi oggi precisa che nessuno lo ha imposto -: subito dopo annuncia alla società le sue dimissioni irrevocabili.

"Da quel momento ho staccato il telefono, per non disturbare la squadra e non vedere strumentalizzate le mie frasi - spiega Giampaolo - E invece anche il mio silenzio è stato manipolato. Amareggiato? Sì, per i giocatori...". Si era mosso anche 'Chi l'ha visto?'. Corioni da una parte rassicurava gli inviati Rai, dall'altra si diceva "preoccupato" della sparizione del suo tecnico, che in verità non era già più tale.

Stamane la ratifica della rescissione, l'arrivo di Maifredi a Brescia. E lo sfogo di Giampaolo. "Mi hanno fatto passare per pazzo, con questa storia della sparizione - dice - e invece sono lucidissimo. Avevo detto chiaramente alla società che lasciavo, sapevano tutto. Ma la vicenda è una cartina da tornasole. D'altra parte il primo segnale era arrivato con la vicenda Gallo".

Poi, qualcosa in più è avvenuto. "Nel calcio la parola 'programmazione' è abusata - dice - Vincere è una parola vuota, se dentro non ci metti il lavoro: eravamo partiti con un programma biennale, la valorizzazione dei giovani... Poi sono arrivate promesse alla gente non in linea con quanto detto, e neanche con gli investimenti. Così, sono andato a 'processo' davanti a quaranta tifosi: chi saranno stati poi, i parenti dei giocatori? Io devo rendere conto alla società, e indirettamente alla tifoseria. Ma chi è il mio datore di lavoro?... Mi dispiace, questo è un calcio selvaggio. Non il mio calcio, per il quale sono pronto ancora a scontrarmi con le realtà, da sognatore o idealista".

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