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Roberto De Zerbi festeggia le 300 panchine da professionista

Partito dai dilettanti, contro il Liverpool in FA Cup festeggerà un importante traguardo

In una lungai intervista rilasciata a Luca Bertelli del Corriere della Sera di Brescia, Roberto De Zerbi ha ripercorso le tappe della sua carriera da allenatore iniziata nei dilettanti con il Darfo Boario. Il tecnico bresciano è diventato uno degli allenatori più stimati per il suo stile di gioco e domenica in occasione della sfida in FA Cup contro il Liverpool taglierà il traguardo delle 300 partite da allenatore professionista.

Di seguito alcuni passaggi dell’intervista:

Il debutto da professionista in Foggia-Melfi.

Avevamo perso nel finale, ma lì iniziò una storia bellissima durata due stagioni. Calcisticamente, per le esperienze da allenatore e calciatore, Foggia è la mia città. E quella è stata la mia squadra più bella, mi rappresentava anche come carattere. Mi sento ancora con tutti loro, Quinto è entrato nel mio staff e molti sono diventati allenatori”.

L’importanza di aver iniziato molto giovane.

Senza dubbio, poi però conta il carattere. Se io ho fatto strada, il merito è dei calciatori. Da allenatore non mi considero superiore a loro: decido io, certo, ma il rapporto deve essere di fiducia. Per essere autorevole non serve controllare a che ora tornano a casa la sera. Non l’ho mai fatto. Quel Foggia era composto da ragazzi intelligentissimi, curiosi: nell’ora e mezza in cui analizzavamo la partita ci divertivamo, parlavamo di calcio anche a cena nelle sere di Champions. La mia idea di gioco era entrata nelle loro teste. Sono state squadre belle anche il mio Sassuolo, lo Shakhtar che ho dovuto lasciare troppo presto. Ma quel Foggia resta in cima. Sa che non dormo ancora la notte per la sconfitta nella finale play off con il Pisa?”.

La vittoria alla quale è più legato?

Sulla panchina del Benevento, l’uno a zero a San Siro contro il Milan nel 2018. Si chiuse un cerchio: segnò Iemmello, con me a Foggia. Avremmo evitato la retrocessione anticipata solo vincendo e dissi ai ragazzi: “Siamo dentro la bara e tutti aspettano il nostro funerale, ma non siamo ancora morti”. Vincemmo noi, era destino. Per di più nello stadio dove iniziai da raccattapalle”.

Gli idoli calcistici del giovane calciatore De Zerbi quando giocava con la formazione Primavera del Milan.

Il mio calciatore preferito era Roberto Mancini. Certo, in quella squadra giocavano Baresi, Maldini, Boban, Baggio. Ma di quel gruppo ho portato con me la mentalità del collettivo più che la classe del singolo. Fu una fortuna incontrarli: la domenica vincevano, eppure il martedì si ripartiva da zero. A Milanello si respirava serietà, sacrificio a 360 gradi: quel Dna mi è restato”.

Quale rapporto ci sarebbe tra ill De Zerbi fantasista in campo e il De Zerbi allenatore?

Ero talentuoso, ma dipendevo troppo dalla fiducia della piazza, del tecnico. Se ho un pregio, è di sapermi immedesimare nel giocatore: cerco di dargli ciò che vuole. Parlo di fiducia. Berardi e Locatelli, per carattere, erano come me. Boateng, tra i giocatori che ho allenato, è quello che più si avvicinava al De Zerbi giocatore. Hanno reso tutti al meglio con me a Sassuolo. Trovare la chiave con il singolo è la cosa più importante“.

Il momento in cui ha deciso di diventare allenatore.

A Cluj, in Romania: ero vuoto fisicamente, iniziai ad appuntare tutto. Da atleta ero già un rompiscatole: non volevo andare in campo improvvisando. Vivo e vivevo per il calcio: chi non era serio come me, mi dava fastidio”.

Da allenatore anche due sfide con il Brescia, la squadra della sua città, e Mario Balotelli. Il rapporto che poteva esserci con Super Mario. 

“Balotelli non ho mai avuto l’occasione di allenarlo, ma i giocatori sensibili sono i più intelligenti e i più facili da gestire. Non so se avrei trovato la chiave giusta con Balotelli. Brescia? I cambi di allenatore fanno più male che bene. Purtroppo è un po’ di tempo che non c’è pace, anche prima che arrivasse Cellino, e questo fa disinnamorare la gente. Mio figlio va a tifare in curva, io mi auguro che dal mercato possano arrivare giocatori utili“.

In Inghilterra si parla già di “De Zerbi mania” grazie alle imprese con il Brighton.

Mi fa piacere, però non ho profili social. E neanche grandi segreti: sono solo ossessionato dal mio lavoro e dalla possibilità di migliorarmi. Credo conti il metodo per trasmettere le idee. Non cerco la novità, solo la miglior strada per far interiorizzare alla squadra la mia idea di gioco“.

Domenica contro il Liverpool la trecentesima panchina, ma la prima esperienza risale al 2013 con il Darfo Boario.

Da lì è partito tutto: quell’esperienza è stata determinante, anche se non riuscimmo a completare la rimonta salvezza. Lì ho capito di poter fare l’allenatore. Mi misi d’accordo il lunedì con la dirigenza, ricordo di non aver dormito la notte, avevo mille dubbi sino a dieci minuti prima della riunione con la squadra. Poi ho avuto un lampo, mi sono sentito al posto giusto: era la prima volta, ma sembrava lo stessi facendo da sempre“.

Infine i ringraziamenti.

Alla mia famiglia: questo lavoro è un casino. E a Luciano De Paola: fu lui a consigliarmi al Darfo e a consentirmi di iniziare ad allenare”.

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