Il sogno di Aminata: il Senegal andrà alle Olimpiadi Invernali

La storia di Aminata Gabriella Fall, ragazza nata e cresciuta sul Garda pronta a giocarsi la qualificazione alle Olimpiadi Invernali di Sochi, nel febbraio 2014. Contro ogni forma di razzismo: "La mia casa è questa"

Cittadina italiana, orgogliosa. Nata a Gavardo e cresciuta a Salò, con tappe anche a Moniga del Garda e a Lonato, dove ora abita: un lavoro niente male, un po’ di gavetta in banca dietro lo sportello e ora un ruolo che a tanti fa già invidia, direttrice di filiale in quel di Novagli, frazione di Castiglione. La casa natale del marito, con cui è sposata dal 2011, e che tra le righe le ha trasmesso un bel po’ di quella passione che adesso la caratterizza in maiuscolo, e la fa lavorare giorno dopo giorno a quello che lei stessa ha definito “un sogno grandissimo”. Il lavoro prima di tutto, questo è chiaro, ma sognare non costa nulla, anzi. Spesso fa crescere, dentro e fuori, spesso ti spinge a sfidare quei limiti che magari non oseresti sfidare mai. Il suo “sogno grandissimo” si chiama Olimpiadi Invernali, l’appuntamento già fissato è quello di Sochi 2014, la strada è tracciata ma il percorso ovviamente è in salita, qualificarsi per lo slalom gigante non è da tutti, anche in questo sta la grandezza di una sfida.

 La nazionale non sarà quella italiana ma quella senegalese, per un viaggio cominciato sui social network alla scoperta delle sue origini neanche troppo remote, e l’orgoglio di fare un regalo alla sua seconda terra, così lontana eppur così vicina. Sarebbe la prima sciatrice donna a qualificarsi con la casacca del Senegal addosso: e anche qui non c’è mica da scherzare, dita incrociate e magari qualche scongiuro, la partita se la può giocare fino all’ultimo giorno utile, e non saranno in pochi a fare il tifo per lei. Aminata Gabriella Fall, classe 1979 e mamma italiana (e bresciana), papà senegalese, lei stessa si è definita come “il frutto di quelli che tutti chiamano matrimoni misti”. Il primo a metterla sugli sci, a dirla tutta, fu proprio il padre: “Fin da quando eravamo piccoli (in famiglia anche un fratello e una sorella, NDR) – ci racconta – il babbo aveva una sola idea in testa. Siete nati in Italia, dovete fare la vita che fanno gli italiani”.

Quindi perfino la chiesa e la messa, ma soprattutto lo sport che a dir la verità non ti aspetti, lo sci alpino, ‘appoggiata’ su quelle assi lunghe e strette alla tenera età di quattro anni, o giù di lì, e via di discese a spazzaneve, ricordi di una vita che pare lontana ma invece è sempre dietro le spalle, ricordi che non se ne vanno. Il papà l’ha lasciata che era giovanissima, una maledetta morte prematura, forse anche questo a spingerla un po’ più in là, magari un pochino oltre. Di certo anche il marito aiuta, lo abbiamo già citato, lui che degli sci non ci ha fatto un mestiere ma quasi, per un ‘pelo’ non diventava pure maestro, e in mezzo i fratelli e le sorelle, citati anche loro, che qualche volta la prendono in giro ma che sono sempre pronti ad un abbraccio, e non solo sportivo, o la mamma che “non molla mai”, una di quelle che fa davvero piacere avere a fianco.

Lei che prima andava sullo snowboard, trafitta dalla luce dello sci alpino quando se ne stava comoda su un divano, davanti ad un televisore e ad una gara ‘live’ di Vancouver 2010, ultima tappa olimpica prima della prossima edizione in terra russa. “Ho scoperto che per fare le gare non devi essere necessariamente brava, in fondo basta sapersi iscrivere – sorride, e la sua solarità è davvero contagiosa – Ho pensato a tutti quegli sport in cui si può scegliere la nazione con cui gareggiare, ho unito i puntini e ho provato a mettermi in gioco. Sono partita per questo viaggio anche interiore, faticoso ma entusiasmante. Ho scelto questo sport perché mi ha messo faccia a faccia con me stessa, perché in un modo o nell’altro mi ha permesso di riscoprire quelle che in fondo sono anche le mie origini”.

Per arrivare al sogno di una qualificazione c’è stata pure la ‘solita’ trafila burocratica, lettere e mail con la Federazione di Sci Alpino del Senegal, qualche sorpresa come lo scambio in via epistolare ma moderna con Lamine Gueye, fondatore della detta Federazione e olimpionico d’epoca, ovviamente in mezzo alla neve. Il termine ultimo per il nulla osta olimpico è fissato nel prossimo gennaio, ad un mese dal ‘taglio del nastro’ della grande corsa a due passi dal Mar Nero: “I criteri non sono mostruosi, c’è da dire che io ho comunque cominciato all’alba dei 30 anni. Non si tratta di tempi record o tempi limite, la qualificazione si lega ad un determinato punteggio, alle gare che hai fatto, ai piazzamenti. Non sarà facile, hanno pure cambiato il regolamento e le misure degli sci. Ma io vi dico la verità. Io ci credo”. Non solo sci, ovviamente, la preparazione è durissima e prevede allenamento costante anche in palestra, la potete trovare o la mattina prestissimo (diciamo pure dalle 6) oppure quando esce dall’ufficio, alla Todoplayfitnessi di Lonato, seguita passo passo dal ‘personal’ Matteo, ex professionista, che tra cardio e pesi le fa pure fare qualcosa di diverso, quasi allenamenti ‘a corpo libero’, in una ‘stanza’ che definire all’avanguardia è davvero troppo poco.

Un’occasione, e non solo per la ragazza Aminata, Ami per gli amici. Lei che tante volte si trova ad affrontare quei “sorrisini di circostanza”, quelle domande che sembrano retoriche, “ma tu di dove sei?”. Le sue risposte, accompagnate da un sorriso questa volta vero, “io sono di Salò!”. Qualche attimo di celebrità, almeno in terra bresciana, e tutto meritato: una prima pagina sul BresciaOggi di un mesetto fa, una chiamata ‘a sopresa’ sul palco in musica e in poesia dell’Italia in Rosa di Moniga del Garda, la ‘città’ dove per qualche anno ha vissuto, in una serata dove si è parlato (e molto) di ius soli, il diritto di cittadinanza, si è parlato di Mario Balotelli e del razzismo non quotidiano ma quasi.

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 “Vorrei solo che la gente smettesse di guardarmi in modo diverso – spiega Amina – così come per tutti quei ragazzi che come me hanno la pelle scura, ma sono nati in Italia e parlano solo l’italiano. La loro casa è questa, la mia casa è questa”. L’abbiamo detto, cittadina italiana e orgogliosa di esserlo: c’è pure un ‘pizzico’ di accento bresciano, di dialetto invece un po’ meno ma “il merito è tutto di mia nonna, era professoressa di italiano”. Una piccola grande favola, un cuore grande e appunto un sogno da realizzare: ma insieme a questo un altrettanto grande insegnamento, e non c’è bisogno di essere internazionalisti per capirlo, in fondo basta guardarsi un po’ intorno. Come cantava Pietro Gori, “la nostra patria è il mondo intero, la nostra legge è la libertà”.

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