Il mistero dell'epidemia di Hong Kong: un milione di morti sepolti nel silenzio

Un articolo di Francesca Barca riporta in auge la terribile epidemia di Hong Kong, mezzo secolo fa: un milione di morti (di cui 20mila in Italia) che nessuno si ricorda

Foto d'archivio

Più di 50mila morti negli Stati Uniti, più di 30mila in Francia, oltre 20mila in Italia: l’assonanza inquietante con le cifre che ci martellano in queste settimane non può farci (inevitabilmente) pensare alla pandemia da Coronavirus. Ma non è così: sono altri numeri, di altri tempi. Sono i decessi accertati per la terribile (ma in gran parte dimenticata) influenza di Hong Kong, nota anche come “influenza spaziale”, che tra il 1968 e il 1970 flagellò il mondo provocando oltre 1 milione di morti.

A riesumarla da un insolito oblio storico è stata solo pochi giorni fa Francesca Barca, in un articolo pubblicato su medium.com. Nel testo si raccolgono testimonianze e citazioni, alcune più “antiche” e altre più moderne: in particolare, sulla virulenza dell’epidemia in Francia, viene citato un pezzo di Liberation pubblicato nel 2005.

Un milione di morti dimenticati

L’influenza di Hong Kong (o “spaziale”) viene considerata la terza pandemia del XX secolo, dopo la terribile influenza spagnola (che potrebbe aver ucciso fino a 50 milioni di persone) e l’influenza asiatica del 1957, che pare abbia provocato circa 2 milioni di morti. La pandemia partita da Hong Kong arrivò prima negli Stati Uniti, e poi in Europa: per la prima volta il virus si sarebbe spostato in aereo, dai soldati americani di ritorno dal Vietnam.

Anche questa è un’assonanza con quanto successo in questi ultimi mesi: per lungo tempo si è detto (e scritto) che il Covid-19 sia arrivato in Italia e in Europa a bordo di una business class, accompagnata a uomini in giacca e cravatta. Certo è difficile credere che un’epidemia come quella che colpì il pianeta alla fine degli anni ’60 sia stata in gran parte dimenticata, nonostante la mole di morti (che ad oggi è ancora superiore ai decessi per Coronavirus). I motivi sono tanti, secondo Francesca Barca: tra questi la minimizzazione diffusa dell’epoca, sia da parte dei governi nazionali che dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità.

Le terribili testimonianze

Eppure testimonianze terribili non mancano. “Non avevamo il tempo di portare via i morti – ricorda il dottor Dellamonica, citato da Liberation – Stipavamo i corpi in una stanza sul retro della terapia intensiva e li portavamo fuori quando potevamo. Le persone arrivavano nelle barelle in condizioni terribili. Morivano di emorragia polmonare: labbra cianotiche e grigie. Ce n’erano di tutte le età: 20, 30, 40 anni e oltre. Il tutto è durato un paio di settimane e poi si è calmato. E ce ne siamo dimenticati”.

Degli oltre 31mila morti francesi, si dice che quasi 25mila furono solo nel dicembre del 1969. E i 50mila decessi negli Stati Uniti? In soli tre mesi. Poi tutto sparì, senza lockdown o vaccini ad hoc. “Alla fine degli anni ’60 l’influenza, i suoi malati e i suoi morti non interessano – spiega Corinne Bensimon, citata da Francesca Barca – Non interessano le autorità, non interessano il pubblico e i media. Quello di cui si parla è l’Apollo 12 sulla Luna, la guerra in Vietnam, la strage in Biafra, la fine della Rivoluzione culturale in Cina”.

Lo sviluppo ad ogni costo, ieri e oggi

Erano gli anni del progresso, del Sessantotto, nel pieno del boom economico e di quelli che saranno noti come i “Trenta gloriosi”. “All’epoca la prospettiva di morire per un’epidemia era terribile ma non inaccettabile”, dice Vincent Genin, ricercatore in Storia alla Scuola pratica dell’Ehess di Parigi. Oggi rispetto a ieri, i tempi sono cambiati: “Questo cambiamento è legato soprattutto alla speranza di vita – spiega Bernardino Fantini, storico della medicina – All’epoca, le persone sopra i 65 anni erano considerate come delle sopravvissute alla mortalità naturale. Oggi anche la morte degli anziani è diventata scandalosa”.

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Anche il lockdown mondiale per il Coronavirus è un inedito nella storia dell’umanità. Ma in realtà un “ricorso” della Storia: quarantene simili rimandano ai secoli bui della peste, e in tempi più recenti alle epidemia di colera del XIX secolo. Ma con il XX secolo niente più: sono i tempi dello sviluppo senza sosta, della nascita dell’imperialismo come lo conosciamo oggi. Niente si poteva fermare, nemmeno di fronte alla morte. Oggi tanto si è fermato, ma non tutto. Anche in provincia di Brescia.

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