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Porte chiuse per tre ristoranti di Desenzano: "Siamo stati travolti dalla pandemia"

Sipario, fine della storia: porte chiuse, locali ceduti, notai e volture. La vicenda di tre giovani imprenditori di Desenzano, costretti ad arrendersi alla pandemia

Porte chiuse, locali ceduti, notai e volture: “Non siamo vittime, ma un dato di fatto. Diciamo pure che nel nostro business plan la voce pandemia non c'era”. E' la storia di chi si è dovuto arrendere, e non poteva fare altrimenti: “Come in una cordata di montagna, abbiamo tagliato la corda e ci siamo lasciati cadere. Non siamo eroi e non siamo martiri, abbiamo solo cercato di salvare il salvabile. Credo che il nostro sia stato un atto di coraggio. Ma sono altrettanto coraggiosi anche quelli che stanno andando avanti”.

La storia (già finita) di tre giovani sognatori

A parlare è Andrea Trolese, 34 anni: giovane imprenditore di Desenzano del Garda che ha dovuto gettare la spugna dopo soli 14 mesi. Insieme alla moglie Olga e a un terzo socio gestiva nella “capitale” del lago tre ristoranti, aperti tra il 2019 e il 2020: la Cambusa dell Fraglia, l'osteria Frasca e il Tablinum. Due acquistati e uno in affitto: forse piccoli locali, ma ognuno con la propria identità, e soprattutto 11 dipendenti e la voglia se non di cambiare il mondo, almeno la propria città.

Alla fine di aprile un post su Facebook ha annunciato l'epilogo: sipario, fine della storia. Una vicenda che è finita anche sulla Rai, inquadrata dalle telecamere di Sette Storie. “Siamo tornati in Italia dopo 7 anni all'estero, per investire e fare impresa – racconta Trolese – Abbiamo abbandonato carriere sicure per giocarci la sfida di un bancone e di una cucina, nella speranza di non sacrificare tutta la nostra vita al lavoro, come invece facevamo prima”.

Tre ristoranti: due acquistati e uno in affitto

E così si parte, poco più di due anni fa, con la Cambusa della Fraglia, in affitto: seguirà l'acquisto della Frasca, storica insegna di Piazza Garibaldi, e infine il Tablinum che invece aprirà i battenti il 29 febbraio del 2020, per chiuderli il 7 marzo, una settimana più tardi, in anticipo sul lockdown e al deflagrare della prima ondata. Tutto chiuso per due mesi, si riapre il 18 maggio: “A livello mediatico il virus era sparito, nessuno ne parlava più”, racconta ancora Trolese.

“Allora facciamo dei piani per l'inverno, e il 26 ottobre arriva la botta finale. Abbiamo pensato all'asporto, ma a livello economico non ha senso tenere viva la cassa quando in realtà stai scavando un debito”. E così è finita, dopo due anni e 10 giorni: “Difficile fare un bilancio, forse è troppo facile dare la colpa solo alla pandemia. Non so se ce l'avremmo fatta, di certo avremmo voluto provarci”. 

"La liquidazione è stata la nostra eutanasia"

Una decisione sofferta ma inevitabile: “Ci siamo seduti, guardati negli occhi – continua Trolese – e abbiamo scelto la strada più etica e responsabile, la liquidazione. Niente fallimento, niente bidoni all'italiana: così facendo ripagheremo i nostri debiti a dipendenti e creditori. Ristori e sostegni, parole che di per sé sottendono una difficoltà (per la cronaca: 9.500 euro in 14 mesi, ndr), ci hanno tenuto in vita ma come fosse una tortura, un accanimento terapeutico. La liquidazione, atto etico e di onestà, in un certo senso è stata la nostra eutanasia”.

“Nella nuova epoca delle spalle coperte – chiosa il 34enne desenzanese – chi ha meno di 35 anni resta nudo. Niente pietismo né rabbia, né la caccia ai cattivi. Ma è lecito chiedersi che fine hanno fatto lo Stato sociale e i piani per gestire l'emergenza”. Nel buio di un tunnel senza fine, la flebile luce di un lieto fine: “Forse non per noi, ma per il 90% dei nostri dipendenti: i locali non chiuderanno, andranno avanti con una nuova gestione”. 

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