Fase Uno? Stiamo a casa ma non troppo: a Brescia già aperte più di 50.000 aziende

Restiamo a casa, ma non troppo: anche in pieno lockdown sono centinaia di migliaia le aziende aperte in Lombardia, e altrettanti i pendolari che si spostano per lavoro

Foto d'archivio

Restiamo a casa: ma è davvero stato così? Emblematiche in tal senso, ormai più di una settimana fa, le dichiarazioni rilasciate in conferenza stampa dal presidente della Regione Veneto, Luca Zaia: “E’ inutile far finta di avere le fette di salame sugli occhi, dobbiamo guardare in faccia la realtà. A qualcuno risulta che ci sia un lockdown? Non esiste più il lockdown, perché sono state autorizzate certe imprese e altre lavorano in deroga. Quello che dobbiamo fare adesso è lavorare per la messa in sicurezza dei lavoratori e dei cittadini”.

Difficile negarlo, in effetti: le porte di casa dovranno essere chiuse fino al 4 maggio, ma intanto non si parla d’altro che dei test per i lavoratori, dei dispositivi e delle modalità di sicurezza per le imprese, insomma che è ora di ripartire, anche se in pratica già non si contano più le aziende che sono ripartire (e quelle che non si sono mai fermate).

In Italia un’azienda su due non si è mai fermata

L’Istat l’ha detto chiaro, pochi giorni fa: anche nel pieno del lockdown (e quindi nei giorni più terribili dell’emergenza sanitaria, che solo ora sembra rallentare) in tutta Italia circa un’azienda su due ha continuato a produrre, e non solo dei settori irrinunciabili come l’alimentare o le componenti sanitarie. Una cifra simile è stata raggiunta anche in Lombardia, che per molte settimane è stato l’epicentro mondiale del Coronavirus (e dove ancora oggi si contano più della metà dei decessi italiani).

Si stima, infatti, che ancora prima della fine di marzo, e dunque delle riaperture in deroga o dei successivi decreti, regionali o governativi, ogni giorno in Lombardia si spostassero per lavoro più di mezzo milione di pendolari, e a questi andrebbero aggiunti anche gli autonomi, liberi professionisti, eccetera. Un dato che coincide, almeno in parte, con i dati diffusi proprio dalla Regione sul tema della mobilità: nei giorni feriali dimezzata rispetto al periodo pre-crisi, e poi in calo di un’altra metà (fino al 20/25% rispetto a due mesi fa) nei giorni festivi.

Ecco perché tanta gente, troppa gente continua a muoversi: in tanti, anche nei salotti che contano, si sono posti e riposti la domanda, quando la risposta era sotto gli occhi di tutti. La gente si muove perché sta andando al lavoro. I dati più aggiornati sulla reale consistenza del lockdown sono stati raccolti e pubblicati da Il Manifesto, sulla base delle elaborazioni Istat, delle richieste di deroga, di quanto riferito dalle varie sigle sindacali.

Mezzo milione di aziende aperte in Lombardia

Sarebbero fino a 100mila le aziende aperte in Lombardia in deroga, e che quindi non farebbero parte dei codici Ateco autorizzati dal Governo: come da norma, è bastata un’autodichiarazione inviata alla Prefettura. Poi starà alla forza governativa, eventualmente, controllare che la loro produzione sia necessaria. Ma i tempi stringono, e per forza di cose i controlli sono pochi (alle riaperture in deroga sono seguite pochissime chiusure, neanche nell’ordine delle decine).

A queste si aggiungono altre 300mila (o forse più) aziende che non hanno mai chiuso i battenti, nemmeno con il lockdown più duro e puro. Niente di vietato, sia chiaro: tutto autorizzato e regolare. Su Il Manifesto si legge che in provincia di Brescia le aziende aperte erano quasi 50mila, più del 40% del totale, di cui il 10% in deroga (e di queste pare più di 8mila solo in città, aggiungiamo noi). Da fonti sindacali si dice che nel manifatturiero, in provincia di Bergamo, siano sempre rimaste aperte più della metà delle aziende.

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Coronavirus: pandemia e lockdown di classe?

Il lockdown, sia chiaro, ha salvato decine di migliaia di vite, più di mezzo milione di ricoveri evitati secondo i “leaks” dell’Istituto superiore di Sanità. Ma si poteva fare di più? Forse no, perché la Cina come sappiamo ha gestito l’epidemia a livello continentale (perché quella è la sua stazza), mentre da noi i contrasti non sono solo tra Stati europei, ma pure tra le Regioni. A bocce ferme qualche evidenza intanto c’è: anche il Coronavirus è un virus di classe. Perché quarantena a parte, anche se è ben diverso “stare a casa” in una villa piuttosto che in un monolocale al quattordicesimo piano, in ambito lavorativo c’è chi a casa ci è potuto restare, chi ha potuto lavorare in smart working, chi invece al lavoro ci è dovuto andare ogni giorno, rischiando per sé e per gli altri.

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