Venerdì, 24 Settembre 2021
Scuola

La timidezza nel rapporto con i compagni di scuola, come aiutare i ragazzi

La psicologa e psicoterapeuta De Cesare delinea tre casi in cui il bambino mostra timidezza a scuola e fornisce suggerimenti per aiutarlo

I figli sono sempre fonte di "gioie e dolori", preoccupazione e serenità. Il principale ruolo di un genitore è di fatti quello di assicurarsi che la crescita dei figli proceda nel migliore dei modi. Questo non solo nella vita legata alla società ma anche a quella che fa riferimento esclusivamente ai banchi di scuola. Spesso i figli sono timidi o hanno pochi amici a scuola. Come aiutarli? Ce lo spiega Paola De Cesare, PhD psicologa-psicoterapeuta.

Tre tipologie di timidezza

"La prima cosa da fare è saper ascoltare il bambino. Avere pochi amici o essere timidi è una conseguenza che ha diverse cause. Innanzitutto bisogna distinguere tra tre categorie di bambini. Esistono i bambini cauti, quelli insicuri e quelli purtroppo vittime di bullismo. Districarsi in questa differenza è già un aiuto che possiamo dare ai nostri figli perché una volta individuata la causa poi abbiamo anche la soluzione. Il bambino cauto è un bambino selettivo. Lui ha pochi amici ma è un bambino assolutamente sereno. Semplicemente è più orientato a fidarsi di alcune persone piuttosto che di altre, non c'è niente di cui preoccuparsi in questo. Il bambino insicuro invece è un bambino che, appunto, ha poca sicurezza di sè e quindi è più timido nel relazionarsi agli altri. In questi casi può succedere che raccolga anche feedback di non adeguatezza dai compagni. Pertanto è molto importante parlare con i bambini".

I casi di bullismo

Un discorso diverso merita invece il bambino che potrebbe essere vittima di bullismo. In questo caso i genitori devono prestare la massima attenzione al proprio bambino, notare come torna da scuola ad esempio. Se ha lividi, se ha la maglietta strappata. Molto utile è parlare con gli insegnanti e chiedere loro contezza del comportamento del proprio figlio a scuola. I bambini certe cose non le comunicano ma gli adulti possono capirle attraverso l'osservazione. E' necessario fare in modo che il bambino a casa si possa sfogare, in questo caso i genitori non dovranno dare consigli "giudicanti" perché in questo modo li mortificano ulteriormente e li portano a chiudersi ancora di più in se stessi".
 

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