Mercoledì, 28 Luglio 2021
Politica

Giorgio Galli: "Guardare al futuro senza dimenticare il passato"

Pantarei ha appena pubblicato una riedizione del suo celebre saggio 'Storia del Partito Comunista italiano', un'opera da molti definita inaggirabile nel panorama storiografico del PCI. "La reazione del partito? Mi diedero del provocatore"

Giorgio Galli è stato l’ospite d’onore della serata di presentazione della nuova edizione del suo discusso libro di storia politica ‘Storia del Partito Comunista italiano’, un’opera pubblicata per la prima volta nel 1958 e che ripercorre nei dettagli ogni fase della crescita, dello sviluppo e della diffusione di uno dei più grandi partiti di massa della storia della nostra Repubblica, e forse il maggior partito filo sovietico del mondo occidentale. Lo abbiamo incontrato poco prima dell’inizio dell’evento della Camera del Lavoro della Cgil Brescia.

Nel suo libro si parla spesso di stalinismo. Giusto per stare in tema, quale fu la reazione del PCI alla pubblicazione della sua opera? Togliatti come la prese?

La prima edizione era stata nel ’53, e Togliatti ne scrisse su Rinascita, dicendo che noi avevamo scoperto un iguanodonte, Amedeo Bordiga. La sua critica non fu molto violenta, disse solo che era stravagante e piena di inesattezze piccole e grande. La reazione del Partito Comunista fu quella di considerarla una provocazione nei confronti della storia vera del partito, quella raccontata ufficialmente.

A proposito invece dell’Unione Sovietica, in molti la considerano come la più grande menzogna del secolo scorso, tanto da aver prodotto dei danni irreparabili all’interno del movimento operaio e rivoluzionario.

L’Urss non fu solo repressione, è stato anche un esperimento. La menzogna stava nel presentare come una rivoluzione socialista la trasformazione della Russia in una società capitalista moderna. Però aveva una forte attrazione, era un mito che aveva convinto tutto buona parte dell’Occidente, operai e intellettuali. Bisogna anche ricordare che negli anni ’50 l’Urss aveva appena sconfitto, per la prima volta, il nazismo sui campi di battaglia: le armate naziste erano state sconfitte prima a Mosca e poi definitivamente a Stalingrado. Da qui la confusione degli osservatori, e se in realtà in Urss era stata costruita una potenza moderna in grado di sconfiggere il nazismo (seppur a un prezzo altissimo) tale vittoria veniva considerata una vittoria della rivoluzione socialista, della società comunista. Fece grande presa la versione che il nazismo fosse stato sconfitto dal socialismo realizzato, e non dal capitalismo di Stato. Questa interpretazione non fu accettata solo dalle masse popolari, ma anche da molti intellettuali, e questo è uno degli aspetti più tragici. Intellettuali che avevano strumenti di pensiero di informazione in grado di capire cosa stava realmente accadendo preferirono invece accettare a occhi chiusi il mito sovietico. Due tipi diversi di intellettuali: alcuni che costruirono i partiti comunisti occidentali, altri che erano invece compagni di strada con una apparente autonomia critica che però non esercitarono mai. Basta pensare a Sartre e, con modalità diverse, a Lukacs. Molti di loro negarono che la costruzione di questo capitalismo di Stato fosse avvenuta anche attraverso i campi di concentramento. Certo, Stalin non fu solo gulag, ottenne anche un certo grado di consenso. La maggioranza degli intellettuali di sinistra d’Occidente però, piuttosto che accettare un’analisi critica del fenomeno sovietico, ne accettarono la versione mitica.

In particolare ho notato un passo del suo libro (pag. 248) in cui Togliatti in un certo senso si smaschera, quando su Rinascita nel 1944 scrive “partito nuovo è un partito della classe operaia e del popolo […] che interviene nella vita del Paese con un’attività positiva e costruttiva”. Questa è una contraddizione mastodontica!

Lui disse allora che in Italia non c’erano le condizioni per una rivoluzione socialista, e quindi che bisognava accompagnare quella che lui definiva ‘democrazia progressiva’, attraverso uno sviluppo costruttivo. Togliatti era un intellettuale fortemente militante, lui apparteneva al primo tipo di intellettuali che ho citato, quelli che hanno costruito i partiti comunisti occidentali.

Domanda di attualità. Critici, economisti e media sembrano sostenere erroneamente (anche a livello mondiale) che la classe operaia starebbe per scomparire. Ma allora i moti del Nord Africa, o in Italia gli scioperi nei cantieri Finmeccanica?

La classe operaia non è scomparsa! Ci sono ribellioni operaie che vanno dalla Cina alla resistenza della Fiom contro il progetto Marchionne. Il problema vero non è che non esista la classe operaia o che non ci siano lotte operaie, ma trasformare tutto questo in un progetto è un passaggio davvero molto difficile. La classe operaia non è scomparsa, le sue lotte (con varie modalità dalla Cina a Torino) si manifestano ancora, però non fanno più parte del grande progetto alternativo della rivoluzione socialista mondiale, non ci sono più soggetti che l’avevano interpretata. Questo è uno dei grandi problemi del XXI secolo: la classe operaia c’è, le lotte operaie ci sono, manca il soggetto politico in grado di trasformarle in un progetto per il futuro.

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