Migranti, risorsa o svantaggio? L’Italia alle prese con il proprio futuro

La campagna L'Italia Sono Anch'io ha riacceso un dibattito in realtà mai spento. Nella vecchia Italia i pareri sono unanimi, la storia segue il suo corso: da quel Bossi emigrato in America ai quasi 200mila stranieri bresciani

Immigrati, risorsa o svantaggio? La risposta forse la conosciamo tutti, e non c’è bisogno di chiamare in causa le associazioni di accoglienza, la Caritas, i movimenti giovanili. Non c’è nemmeno bisogno di studi accurati sui flussi migratori, o semplicemente di tornare indietro di qualche decennio, quando gli immigrati eravamo noi. La campagna L’Italia Sono Anch’io passa anche da questo, dalla risposta che tutti già sappiamo. E dalla doppia proposta di legge popolare, la modifica della L.91 del 5/2/92 e il diritto di elettorato senza discriminazione di città e di nazionalità. In altre parole il passaggio dallo Ius Sanguinis allo Ius Soli, e il tanto discusso voto agli immigrati. Diritto naturale in molti Paesi UE, in molti Paesi del mondo. Paesi e Stati che nei decenni (e nei secoli) hanno avuto i loro problemi, hanno avuto il loro razzismo, ma sono sempre rimasti ‘fedeli alla linea’. Ovvio, c’è una certa cultura che fa dell’immigrato il nemico pubblico numero uno. C’è un retaggio storico di odio, insulti e caccia allo straniero. Ma c’è anche un sistema economico che, nonostante storture e contraddizioni assodate, quando ha delle necessità non guarda in faccia a nessuno. “A differenza dei mercati – ha detto Renzo Fior, presidente di Emmaus Italia – i flussi migratori sanno autoregolarsi”. Io mi sposto dove c’è bisogno di braccia, per migliorare la mia vita ma anche per migliorare la vita del Paese che mi ospiterà.

“In dieci anni – ha sottolineato la Camera di Commercio di Milano – il sistema produttivo italiano sarebbe stato più povero senza il contributo delle imprese aperte da cittadini stranieri. Sarebbero quasi 285mila le imprese in meno, ovvero quasi due imprese su tre”. Sempre nel settore imprenditoriale non possiamo non ricordare la crescita delle imprese controllate da cittadini stranieri (+200%) o, per fare un esempio locale, le imprese ‘musulmane’ a Brescia (+445%). Tutto in meno di dieci anni. Ogni 365 giorni in Italia nascono più di 100mila bambini che hanno almeno un genitore straniero. Su circa 60mila scuole quasi il 25% delle classi fa registrare più di un bambino straniero ogni dieci: la solita media del pollo, ci sono realtà in cui il rapporto sale a 9 su 10.

E Brescia da questo punto di vista è all’avanguardia, in piena linea con le medie europee o americane. “Facendo riferimento ai dati dell’Osservatorio Regionale per l’Integrazione e la Multietnicità ORIM – ha scritto Giovanni Valenti della Fondazione Piccinni – nella Provincia di Brescia si calcolano 191mila 500 cittadini stranieri, circa il 16% degli abitanti presenti sulla Provincia”. Anche questo è un punto fondamentale: “Un cittadino su quattro è minorenne. L’età media della popolazione straniera residente, maschi e femmine, è di 34 anni a fronte dei 43 della popolazione locale. Il tasso di fecondità attuale delle famiglie straniere si assesta al doppio di quello delle famiglie italiane, 2.4 contro 1.2. Tale evoluzione demografica dimostra chiaramente che le nuove generazioni della Provincia di Brescia hanno un’altissima rappresentanza di giovani cittadini con retroterra migratorio. La cittadinanza del suolo darebbe ragione alla stabilizzazione della popolazione immigrata sul nostro territorio e accrescerebbe la responsabilizzazione delle nuove generazioni nei confronti di una comunità in continuo invecchiamento, in ripiegamento su sé stessa”.

Un Paese che invecchia, e che senza i flussi migratori sarebbe destinato a un lento e inesorabile declino, storico e demografico. “Analizzando i dati ISTAT – ancora Valenti – i potenziali elettori in Provincia di Brescia, a livello locale, sarebbero quasi 92mila, numero ancora cresciuto nel corso del 2011”. In molti sottolineano che non è più un problema di destra o di sinistra, e che le sfuriate dei vari Calderoli o Gasparri non hanno più molto senso. “Obiezioni antiche – ha scritto infatti GianAntonio Stella nel novembre 2011 – Nate dalla convinzione che gli immigrati siano tendenzialmente portati a votare a sinistra. E che dunque un’irruzione di voti freschi possa aiutare chi oggi sta con Bersani, con Di Pietro e soprattutto con Vendola. Chi studia l’emigrazione in realtà sa che generalmente succede l’esatto contrario. L’immigrato che si è inserito tende spesso a essere conservatore e più rigido verso i nuovi immigrati che non i cittadini originari. Chi riesce a togliersi dall’ultimo gradino della scala sociale trova spesso naturale voltarsi indietro appena è salito sul penultimo, per sputare su chi ha preso sotto il suo posto”.

“I nostri nonni – continua Stella – hanno fatto le spese di tutto questo. Pochi sono stati razzisti con gli italiani quanto gli irlandesi che fino a poco prima erano stati discriminati. Per affermare un solo principio: noi siamo più americani di voi”. E ricorda quell’omonimo di Umberto Bossi, sbarcato nel 1935 a Ellis Island. O i migliaia di Napolitano, emigrati negli States o in Argentina. I minatori italiani in Belgio, i pizzaioli in Germania prima dell’avvento del kebab. Paesi che “si sono resi conto di un punto centrale: è difficile chiedere alle persone di essere dei buoni cittadini se non sono pienamente cittadini”.

Se la storia non basta, per una volta possiamo chiedere aiuto all’economia, o almeno a chi in Italia ne rappresenta la parte più moderna. Non a caso lo ha ripetuto anche Tito Boeri, nella sua ultima apparizione bresciana: “Se c’è una cosa su cui investire è proprio l’immigrazione. Non dobbiamo dimenticare l’esempio degli altri Paesi, dagli Usa alla Germania. Gli immigrati hanno grandi idee, gli immigrati hanno tanto voglia di fare”.

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