Mercoledì, 28 Luglio 2021
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Prestigiosa conferenza dello storico Giorgio Galli alla Cgil di Brescia

Presentata ieri alla Camera del Lavoro la nuova edizione de La Storia Del Partito Comunista Italiano a firma di Giorgio Galli: "La classe operaia non è scomparsa, manca un progetto per il futuro". In sala anche Panaccione, Bonassi e Barberini

La stagione delle lotte, con le sue intermittenze più o meno lunghe, non è destinata a fermarsi mai, tra alti e bassi, vittorie (poche) e sconfitte (tante): dalla Cina a Torino, dai moti del Nord Africa agli operai di Finmeccanica cresce l’esigenza di un’informazione corretta e di una conoscenza seria e disinteressata, per comprendere e interpretare al meglio il futuro senza però oscurare o dimenticare cosa è successo, e quanto ha significato il passato per il movimento operaio. Questo il tema della conferenza tenutasi ieri sera in un affollatissimo salone Buozzi alla Camera del Lavoro della Cgil Brescia, dove è stata anche presentata (edizioni Pantarei) la riedizione della celebre ‘Storia del Partito Comunista italiano’ di Giorgio Galli, uno dei più importanti e rappresentativi storici e politologi italiani. Una nuova edizione per un saggio storico che scatenò non poche polemiche, fin dalla sua prima uscita nel 1953 a firma di Bellini e Galli e dalla prima vera stampa a opera di Giorgio Galli nel 1958: oltre che saggio è documento, oltre che documento è un libro di storia politica, una storia politica, quella sul Pci, spesso modificata per le esigenze dei quadri, spesso dimenticata per la forza del revisionismo di quello che alcuni hanno definito come il più potente partito comunista del mondo occidentale.

Organizzato dal Centro Filippo Buonarroti di Milano in collaborazione con la Cgil Brescia la serata ha visto gli interventi di Andrea Panaccioni, storico del movimento operaio, e Giovanni Bonassi, della sezione bresciana del Buonarroti; ospite d’onore ovviamente Giorgio Galli, a moderare la serata Antonio Barberini del Buonarroti milanese. La tesi di fondo inconfutabile del libro vuole smontare il mito portato avanti per 70 anni, anche in occasione del recente anniversario della nascita del Partito Comunista d’Italia (fondato a Livorno nel 1921), secondo cui vi fu una continuità tra il partito che ‘prese vita’ in Toscana con quello successivo di stampo togliattiano e gramsciano. Mai errore più grossolano: il PCd’I ebbe la sua conformazione rivoluzionaria e internazionalista solo nei primi cinque anni, dall’anno in cui Amedeo Bordiga vi pose le basi al 1926, quando vi fu il cambio di rotta dettato dal fallimento della rivoluzione in Unione Sovietica, e la graduale espulsione dei fondatori si può dire originali, Fortichiari e lo stesso Bordiga nel 1930, Repossi e Damen nel 1934.

“Bordiga in realtà ha fondato un partito per fare la rivoluzione – spiega lo storico Andrea Panaccione – Le svolte continue dell’organizzazione e il continuo cambiamento della linea politica, le lotte teoriche italiane non sono altro che il riflesso delle lotte interne al Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Bordiga sentiva l’esigenza di un’autonomia e di un confronto critico, ma venne invece sconfitto”. Il 1926 è l’anno topico in cui l’Internazionale segue una linea precisa dettata dall’alto, una linea a cui “bisogna adeguarsi interiormente”. La nuova direzione di Togliatti e Gramsci (ma Panaccione ci ricorda che quest’ultimo “espresse molte preoccupazioni a riguardo”) altro non fa che ‘obbedire’ all’Urss: “In questo momento viene meno un’alternativa alla linea staliniana, a livello mondiale. L’Internazionale Comunista diventa uno strumento, uno strumento della Ragion di Stato sovietica. Si apre così la storia del comunismo ufficiale, contro l’altrocomunismo”.

“I momenti della storia dell’Urss e della storia del Pci non possono essere separati – prosegue Panaccione – in Italia questa separazione forzata venne attuata per mettere in luce le diverse caratteristiche originali di questo partito”. In realtà al fallimento della rivoluzione corrisponde anche l’involuzione del partito stesso: “Il PCI divenne partito nazionale dal doppio patriottismo, dalle due patrie, l’Italia e l’Urss. Un’ambivalenza che si può definire come bipartitismo imperfetto, ossia l’impossibilità di svolgere la naturale dialettica di un partito che vuole andare al Governo”. Questo uno dei motivi per cui la storiografia ufficiale del partito ha osteggiato così fortemente la pubblicazione e la diffusione dell’esauriente testo di Galli: “Un partito di opposizione si caratterizza sul tipo di progetto storico che porta avanti, questo libro mise in discussione quello del PCI. Nel 1958 la ‘Storia del Partito Comunista italiano’ ha rappresentato un punto di forte rottura nella rappresentazione della storia del partito”.

Giovanni Bonassi traduce il cambiamento nel partito italiano con un parallelismo con quanto accade in Urss, alle prime purghe staliniane, all’allontanamento di due teorici importanti come Zinoviev e Kamen’ev: “La debolscevizzazione del partito italiano fu una vicenda strettamente connessa agli avvenimenti russi, un riflesso dell’affermarsi dello stalinismo e della sua deriva teorica. In Italia vi fu una vera e propria manipolazione della base e delle assemblee per convincere i compagni dell’aberrante teoria del socialismo in un Paese solo”. La sinistra bordighiana si rifà dunque a Vladimir Lenin e all’ottobre russo, quella del PCI ufficiale nega il suo passato: “Il Congresso di Lione del 1926 altro non fu che sconfitta. L’avamposto russo non sarebbe più stato utilizzato per estendere la rivoluzione internazionale ma solo ed esclusivamente per sviluppare il capitalismo di Stato in Unione Sovietica”.

“La menzogna sovietica – spiega invece l’autore Giorgio Galli – stava nel presentare come una rivoluzione socialista la trasformazione della Russia in una società capitalista moderna. L’Urss aveva una fortissima attrazione, era un mito che aveva convinto non solo un certo settore della classe operaia occidentale (soprattutto in Italia e in Francia), ma anche molti intellettuali. Questo fu uno degli aspetti più tragici: intellettuali che possedevano gli strumenti di pensiero e di informazione per capire cosa stava accadendo, preferirono invece accettare il mito”. Un colpo durissimo per il movimento operaio internazionale: “La classe operaia non è sconfitta, non è scomparsa. Manca, e questo è un grosso problema, un progetto comune per il futuro”.

La storia come attualità, come ci spiega ancora Giovanni Bonassi: “Bisogna sempre riflettere sulle questioni importanti per trarre insegnamenti utili al presente”. Il Centro Filippo Buonarroti, sezione di Brescia, si prepara allora ad una doppia inchiesta permanente, sulla condizione del lavoro in città e in Provincia e sulla questione del denaro nella società moderna.

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