120 anni Cgil: «Ripensare alle nostre radici per organizzarsi di nuovo»

Alla Camera del Lavoro di Brescia nuovo appuntamento per le celebrazioni dell'anniversario, organizzato dal Centro Buonarroti. Sul palco Giovanni Bonassi, Filippo Lisitano, Damiano Galletti e Antonio Barberini

Quando a Brescia arrivò anche Turati, nel 1891 al Teatro Grande “perché non c’era troppa convinzione tra gli operai bresciani sulla possibilità di associarsi in una Camera del Lavoro”. Gli anni delle lotte e degli scioperi, la separazione tra le due anime del socialismo, i riformisti e i massimalisti, l’esercito e la repressione, le guerre e le crisi, la ricerca del ‘che fare’ di un tempo, la ricerca del ‘che fare’ di oggi. Alla Camera del Lavoro di Brescia nuovo appuntamento per ricordare i 120 anni dalla sua fondazione, organizzato dal Centro Studi Filippo Buonarroti in collaborazione con la CGIL bresciana: prima un tuffo nel passato, poi nella contemporaneità, le sfide di ieri e di oggi, un mondo che cambiava allora e che sta cambiando adesso.

All’introduzione di Michele Piantoni seguono gli interventi di Giovanni Bonassi, storico delegato FIOM, Filippo Lisitano, studioso del movimento operaio, Damiano Galletti segretario generale CGIL Brescia, Antonio Barberini del Centro Buonarroti di Milano: il 7 luglio 1892 la nascita della Camera del Lavoro in Via Galline, la sede del Consolato operaio, 2500 iscritti e 27 sezioni ma una mutualità con il Comune di Brescia che non piace proprio a tutti i ‘soci’, tanto che la giunta definì la neonata associazione come “una garanzia di tranquillità”.

“Senza un vero spirito classista emergono difetti che perdureranno anche nei decenni successivi, la mancanza di una strategia sindacale che si traduce in vera inefficacia, mentre da Crispi a Giolitti i cannoni e l’esercito continuano a sparare sui lavoratori. Senza un piano organizzato per le proteste spontanee dell’epoca, e il PSI che quasi interviene per impedirle, e uno come Frederich Engels che scrive a Turati, e gli ricorda che il legame e l’obiettivo del movimento è la conquista del potere politico per la riorganizzazione della società”. Lo sciopero generale del 1904, “altro sangue che scorre per le repressioni delle autorità statali”, a Brescia “i continui patteggiamenti dei riformisti con la giunta comunale”, ed ecco la separazione, Brescia Nuova e L’Allarme Socialista che della rivale anima riformista dice di “essere disposta a svendere gli interessi del proletariato anche per un misero piatto di lenticchie”.

Le Camere del Lavoro in Lombardia nascono a conclusione di “una serie di scioperi di livello europeo”, negli anni ’90 dell’800, ma in Italia “manca una guida politica in grado di sfruttare al meglio il patrimonio e l’energia di classe”, mentre il paternalismo alla Crespi racconta dell’assurdità della lotta di classe quando allo stesso tempo ancora Engels ribadisce “il passo pratico, gli operai devono costituirsi in partito politico indipendente per la lotta alla democrazia borghese”, e allora Il Fascio Operaio, diffuso in tutta Italia, e il Questore di Milano che si accorge dello ‘spettro’, e definisce il partito degli operai come “un pericolo prossimo, una classe nuova e distante ma che ora si organizza, si istruisce e si compatta”.

Alla ricerca del ‘che fare’ di ieri e di oggi, in risposta a quelli che dicono che “il sindacato è superato” e che “la lotta di classe appartiene al passato”, nel pieno di una crisi che persiste e dove “l’arretramento sociale appare evidente”, dove “manca un sindacato europeo” e dove “la Camera del Lavoro di Brescia è tra le poche in Italia schierata da tempo e con chiarezza con i lavoratori”. Nell’epoca di amare sconfitte nella lotta di difesa ci si augura che un giorno “si possa accendere la TV e sentire di un sindacato europeo che organizza scioperi e ottiene contratti continentali”, la necessità di un salto di questo tipo per rispondere “ai poteri forti dell’imperialismo europeo”, un sindacato per questo “autonomo dalla politica perché 8 ore di sciopero in 10 mesi di certo non bastano”, e per fortuna un po’ di ottimismo “da quelle aree del mondo dove il movimento operaio attacca e vince”.

Un parallelismo tra 1892 e 2012, “periodi cruciali per la storia dell’uomo e del mondo”, un nuovo ciclo di sviluppo prolungato che si lega a “un gigantesco processo di proletarizzazione e urbanizzazione”, e se allora ad emergere furono Stati Uniti, Germania e Giappone oggi abbiamo Cina, India e Brasile, e oggi come in quell’occasione “le più grandi potenze mondiali che presto si troveranno senza la quota di mercato adatta alla loro forza”, e per modificare gli equilibri, per una nuova spartizione sappiamo dove si va a parare, ce lo insegnano due guerre mondiali, oltre a “quell’indomita specialità del capitalismo, mettere gli uomini gli uni contro gli altri”.

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C’è chi dice che siamo ancora nel mezzo della preistoria, ecco l’attualità del Che Fare: “Comprendere e accettare le sconfitte, elemento fondamentale della storia del movimento operaio. Comprenderle per imparare, ripensare alle nostre radici per organizzarsi di nuovo, sviluppare e radicare un partito politico internazionalista”. A Brescia le celebrazioni continuano, a novembre torna pure Maurizio Landini, intanto ci vengono utili le parole dello spagnolo Grandizo Munis, seppur datate (anni ’30) più che mai attuali: “Le lezioni di una sconfitta sono le promesse di una vittoria”.

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