Beppino Englaro: «Testamento biologico, liberi di scegliere»

Al Palazzo del Turismo di Desenzano l'accorato intervento del papà di Eluana Englaro: "Mi hanno trattato come un pazzo. Ma la nostra autodeterminazione non può avere limiti". Sul palco anche Annamaria Damiano

Annamaria Damiano e Beppino Englaro

“Ai loro occhi ero come un pazzo. Che ha osato rivendicare qualcosa di assurdo. Invece ho combattuto per la libertà di cura e di terapia, contro i cavilli e i tecnicismi, contro i medici che mi dicevano ‘io non posso non curare’. Ci hanno voluto devastare, ci hanno distrutto. Ma dopo 15 anni e 9 mesi una sentenza che è un inno alla vita”. La storia di Eluana Englaro la conoscono tutti, l’hanno seguita tutti. La sofferenza indescrivibile di un padre e una madre, alle prese con una figlia in coma irreversibile, tracheotomizzata quattro giorni dopo il tragico incidente del lontano 1992 che l’ha portata via dalla vita. Mentre la medicina l’ha condotta alla non morte.

“Eluana aveva le idee molto chiare sulla vita – racconta Beppino Englaro, il protagonista della serata organizzata ieri sera da Sinistra Ecologia e Libertà al Palazzo del Turismo di Desenzano del Garda – Non accettava imposizioni, era una persona libera e responsabile. Aveva già approfondito il discorso della vita e della morte, della volontà e della dignità, aveva visto tanti suoi amici ridotti così, aveva visto cosa avrebbe comportato una situazione come questa. Eluana aveva il tabù della profanazione del corpo, il terrore della non morte. Nessuno conosce i pericoli della rianimazione a oltranza, nessuno conosce questi meccanismi finché non ci finisce dentro. Nessuna percezione del mondo, una situazione di non vita e di non morte, una condizione innaturale. Ma lei lo sapeva: nessuno può decidere per me, ne al posto e ne per”.

Una storia tragica, che si ripete ogni giorno per le migliaia di famiglie che la vivono quotidianamente. Per questo si ripropone l’idea della dichiarazione anticipata di trattamento, il celebre testamento biologico, magari con un’anagrafe registrata nei vari Comuni d’Italia. “Come medico mi chiedo qual è la vita che dobbiamo difendere – aggiunge Annamaria Damiano, candidata sindaco a Desenzano del Garda nelle file di Sel, Idv, Desenzano in Movimento e Indipendenti – La vita non è la somma algebrica del funzionamento dei singoli organi, la vita è fatta d’altro. Pensieri, sentimenti, atti umani, coscienza.. il malato deve essere rispettato nella sua dignità di essere uomo”.

Il problema tante volte è la classe politica, che filtra le informazioni a suo favore e a suo piacimento. “Quando ci attaccano e ci dicono di essere i portatori della cultura della morte – spiega Augusto Da Rin, responsabile Sel dei diritti e della laicità – vogliono solo sviare il vero problema. Il malato non è un cliente, è una persona. E come tale deve essere trattata. La volontà di una persona, scritta nero su bianco, deve essere rispettata. Il testamento biologico servirà proprio a questo, a garantire il diritto di scelta anche quando non siamo più capaci di intendere e di volere”.

Un diritto di scelta che deve essere un diritto fondamentale, al pari del lavoro, dell’equa giustizia, della salute.. “La nostra autodeterminazione non può incontrare alcun limite, nemmeno di fronte alla morte – continua Englaro – Noi abbiamo subito l’ostruzione del Parlamento prima e di Formigoni poi, i ricatti e le minacce dell’allora ministro alla Sanità Sacconi, le vendette che hanno scatenato perché non hanno mai accettato le nostre richieste. Questo è quello a cui andate incontro se non date disposizioni chiare, Eluana ha ricevuto le migliori cure ma ha ottenuto il peggior risultato. Ricordatevi che anche l’alimentazione via sondino, anche l’idratazione forzata sono terapie”.

Una scelta di coraggio, una battaglia combattuta per la figlia e per tutti. “Grazie a questa vicenda non ci sarà più l’abbandono terapeutico ma neanche l’imposizione terapeutica. La sentenza della magistratura è stata una liberazione, un inno alla vita! La Costituzione è il nostro Vangelo, la nostra libertà personale e le nostre scelte devono essere inviolabili. Io ho il massimo rispetto per tutti coloro che non la pensano come me. Mi piacerebbe che anche loro avessero rispetto di me”.

Lo aveva detto anche Piergiorgio Welby, costretto a sopravvivere a una vita che non era più tale: “Quello che mi è rimasto non è più vivere, ma solo un testardo accanimento”. Storie spesso dimenticate e di cui si ha quasi paura a parlare. Storie di persone che hanno perso ogni speranza, e che conoscono solo la sofferenza. Ma che pretendono un solo accanimento terapeutico: l’amore. Senza condizioni, senza imposizioni.

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