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PSI Brescia: «Il coraggio di dire la verità» Zibaldone minimo su A2A

A2A - Lettera aperta della segretaria del PSI Brescia Maria Cipriano: "Chiediamo al sindaco e al Consiglio Comunale un atto di coraggio"

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di BresciaToday

In questi giorni, nella nostra città, in previsione dei bilanci e delle prossime nomine del sindaco nei vari organismi della partecipata, si è aperto, dopo un periodo di silenzio forse lungo, un dibattito sul futuro di quest’azienda strategica e importante. Un’azienda nata nel 1906 ( giunta Orefici ) con uno scopo preciso: fornire alla cittadinanza servizi con continuità, sicurezza e costi controllati e che, nel secondo dopoguerra, si caratterizza per una notevole creatività con la realizzazione del teleriscaldamento, della centrale a carbone, del termovalorizzatore. Dunque una politica comunale attenta alle esigenze dei cittadini, un consiglio di amministrazione legato al territorio e un management aggiornato e proteso verso miglioramenti. Conosciamo la storia e i passaggi che hanno portato, con la giunta Corsini, all’unificazione con AEM milanese.

Fu deciso, tra le varie cose che gli organismi decisionali della società fossero due: il Consiglio di Sorveglianza e il Consiglio di Gestione.

A conti fatti possiamo asserire che, il matrimonio avvenuto “ gentilmente” non ha avuto esiti felici. Basti dire che il valore in Borsa della società si è dimezzato, che si fatica a far fronte alla concorrenza e che lo spirito creativo e d’innovazione industriale ,caratteristici della vecchia azienda è venuto meno, in parte assorbito dalle nebbie milanesi. Le relazioni sindacali sono in concreto inesistenti, il personale numeroso e il management forse eccessivamente remunerato.

Inoltre vi è la continua tendenza a svuotare la parte bresciana a favore della sede milanese attraverso lo spostamento di manager e di competenze che depauperano in maniera inaccettabile il patrimonio di conoscenze e di attività che era caratteristico del progetto industriale bresciano e che aveva prodotto un’azienda florida e competitiva. In questa situazione non è possibile aderire alla proposta di spacchettamento societario che dovrebbe assegnare a Brescia l’attività ambientale, lasciando a Milano il business della vendita dell’energia elettrica, perché si continuerebbe nell’inaccettabile logica della minimizzazione della presenza bresciana.

Risulta evidente che i vertici bresciani del Consiglio di Sorveglianza e della direzione non hanno compiuto il loro dovere di salvaguardare gli interessi bresciani in A2A e per questo non possano essere confermati nell’incarico rivestito.

Stupisce in questa condizione che si parli solo della gestione duale della società, dei dividendi e del numero dei membri dei consigli. Le forze politiche bresciane dovrebbero riflettere e decidere su una modulazione strategica del futuro dell’azienda che faccia ritrovare almeno in parte lo spirito della vecchia municipalizzata bresciana.

Non sembra assolutamente utile che l’assessore milanese Bruno Tabacci, emetta i suoi decreti su una società di cui il suo comune possiede meno del trenta per cento. Possono essere giuste suggestioni quelle di reinvestire gli utili e di diminuire i membri del consiglio di amministrazione.  Per conto nostro consideriamo che il sistema duale abbia forse mostrato qualche difficoltà, ma che vada confermato almeno per un altro turno per verificare se alcune asperità possano attenuarsi. Nella mozione presentata dal PD in Consiglio Comunale, si auspica la nomina di un amministratore delegato. Conveniamo su questa indicazione ricordando tuttavia che l’AD, il quale dovrà badare all’efficienza e alla produttività della struttura che è chiamato ad amministrare, potrebbe anche essere indotto dalla situazione a fare scelte complicate: sono le gioie ed i dolori dei tecnici.

La proposta adombrata di un ulteriore ingrandimento della compagine sociale coinvolgendo i comuni di Torino e Genova significherebbe sferrare il colpo finale sulle sorti della “ Fu ASM “.

Guardando le cifre e la sede storica della nostra ASM svuotata di profitti e di direzione, come socialisti, ma soprattutto, come bresciani ci chiediamo: i matrimoni malriusciti non possano anche concludersi con un divorzio liberatore?  Chiediamo al Sindaco e al consiglio comunale un atto di coraggio nel dire ai bresciani che cosa è possibile fare per fermare una deriva a cui non vogliamo rassegnarci: Brescia aveva un’azienda florida, si è “accasata” con un’azienda in perdita e si è pure fatta scippare la direzione e il controllo. I milanesi venderanno anche la sede di via Lamarmora?  Noi speriamo di no, anzi ci auguriamo torni ad essere il punto di riferimento come sempre è stato.

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