Brescia: mostra Giovanni Cristini e la metamorfosi della realtà

Giovanni Cristini nasce a Iseo, in provincia di Brescia, il 27 ottobre 1970. Il suo stile sta nell’essere artista prima che pittore, attento osservatore dell’altro, che ora pratica in un’esplorazione aggiornata nei termini di una figurazione da potenziare. E mantiene il realismo che legittima nel ruolo salvifico dell’arte. Un momento per superare il disegno che sopravanza come base nella sua produzione. E riesce a trasformare misure diverse nel descrivere contenuti dai ritmi d’impronte fruibili che slegano complessità di superfici materiche.
Impasti in cui sedimentare strutturazioni coloristiche, tra densità di volumi e tensioni in cui trattenere lo sguardo.

Una visione raffinata dell’impersonare. Elementi linguistici in membrane ambientali nel confronto con le arti visive, per soggetti che non sono confinabili in una semplice cronaca di quanto esiste in sé e per sé o effettivamente e concretamente in un dato di fatto, ma nella non comune attitudine in cui sembra aleggi la calma dell’infinito, il riverbero di un polimorfo incontro tra il vedere e il sentire.

Riflessioni. Una pausa di studio in cui sposta il lato emotivo della realtà rispetto a quello percepibile. In cui formula il rinnovamento, nell’esercizio di fissarlo sulla tela. Tre anni di lavoro assiduo per questa personale, per presentarsi al pubblico con pulsioni d’inedite sperimentazioni. E il coinvolgimento diventa catartico, tra elementi del passato nel presente, mentre attiva una pedagogia dell’immagine in sistemi coloristici, nel travolgimento di spazi, nel plasmare un’arte in grado di ascoltare il corpo e la natura, nel trasfigurare l’immediatezza del sentimento. Perché sono questi i suoi nuovi riferimenti guida: autore contemporaneo nei risultati creativi poiché oggetto di descrizione dell’apparenza. Tanto che potremmo parlare ancora di mimesi, per contestualizzare il verosimile, sempre che riusciamo a soffermarci sulla poetica del vero nella sua pittura, su quella discontinuità-continuità che simboleggia in una elaborazione mentale, in quel punto geometrico che è un’astrazione dello spirito, affermava Voltaire.

Cosicché appronta l’uso dello spazio come contenitore di forme dinamiche, nella lezione dell’orfismo capace di coinvolgere le norme di comprensione del reale. Come per la teorizzazione di Apollinaire, che Giovanni Cristini porta in diverse scansioni circondate da geometrie piane, quasi astruse, per ricomporre un tutt’uno, ponte tra cubismo analitico e sintetico, tra tonalità marrone e verdi con accenti rossastri, e gialli che si perdono in paesaggi irriconoscibili, come per Robert Delaunay oppure Frantisĕk Kupka.

A volte triangoli, rettangoli, esagoni e quadrati, appaiono in modi incontenibili, affastellati nell’intersecarsi tra loro, nel sovrapporsi in contrasti simultanei. Talaltre assumono elementi di lirismo austero, basati sul movimento e la luce, quasi in un’epistemologica tesi dell’addivenire alle caratteristiche di effetti compositivi propri del suo processo di costruzione e decostruzione. Sempre nel condividere l’esperienza del reale fino a dissolverlo in un tormentato dividere e suddividere, ancora a disgregare e assemblare, per un assetto definitivo che si avvale di queste coesistenti s-composizioni che sembrerebbero dettare logiche per assonanze più che per immagini traslate, figurate o metaforiche.

E’ la metamorfosi dell’artista che resta nella proposizione ambientale, nel carattere innovativo dell’articolare superfici. Attitudine dell’accorpare fondamenti iconici di un testimone che presenta una conciliazione con il senso del plasmare grumi di pigmenti da incarnare con la spatola. Invero, come ogni appartenenza a una sorgente di riferimento, i cambiamenti di Giovanni Cristini permettono all’opera d’arte di significarsi nel riaffermare l’importanza dell’evoluzione stilistica, per una lettura che non sia di genere.

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