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Il fotografo bresciano che ha sfidato l'ebola: 9416 scatti per raccontare i sopravvissuti all'epidemia

A tre mesi dalla fine dell'epidemia di Ebola che ha colpito l'Africa Occidentale, il fotografo bresciano Matteo Biatta è partito per la Sierra Leone per raccogliere i racconti dei sopravvissuti e documentare le misure di sicurezza prese per evitare nuovi contagi

Immagini che lasciano un segno profondo ed indelebile. Sono quelle scattate dal fotografo bresciano Matteo Biatta, che ha trascorso 28 giorni a Lunsar, cittadina della Sierra Leone poco distante dalla capitale Free Town, per documentare la catastrofe che ha colpito l'Africa Occidentale nell'ultimo anno.

L'ospedale Saint John of God, che lo ha ospitato, ha ricominciato a salvare vite da pochi  mesi. Durante l'epidemia di Ebola, che ha mietuto 4000 vittime solo in Sierra Leone, 11 infermieri e un frate della struttura sono morti e il nosocomio è stato chiuso. Ora che l'emergenza è finita - la Sierra Leone è stata dichiarata libera dall'Ebola lo scorso dicembre-  il personale sta cercando di tornare alla routine quotidiana. Ma nulla è, né potrà mai essere come prima.

Le misure per evitare nuovi contagi sono ferree, al limite della paranoia. Al Saint John of God  non ci si tocca e non ci si stringe più la mano. Prima di entrare nell'ospedale, come in qualsiasi luogo pubblico bisogna misurarsi la temperatura e disinfettarsi accuratamente. 

“Non ho mai provato la febbre così tante volte in vita mia – racconta Matteo - . Sono tutti terrorizzati, l'ho capito appena sono arrivato in ospedale: ho teso la mano ad un medico per presentarmi e ho visto il gelo nei suoi occhi. La prima regola per non esporsi al rischio del contagio  è  evitare ogni forma di contatto. Il personale addetto alle pulizie indossa tute, doppi guanti e mascherine. Nelle corsie dell'ospedale ci sono dei bidoni colmi di disinfettante, prima di toccarsi il viso è obbligatorio lavarsi le mani con quella sostanza.  Da parte delle autorità sanitarie c'è uno sforzo disumano per evitare il rischio di nuovi contagi, ma sono le abitudini della gente che vanno cambiate. Gli animali sono i principali portatori del virus, perciò la carne prima di essere mangiata andrebbe cotta a lungo, mentre loro sono abituati a mangiarla praticamente cruda. Ma anche in questo senso qualcosa si sta muovendo: nelle scuole le maestre fanno recitare una  filastrocca ai bambini perché imparino a riconoscere i sintomi della malattia e le misure per prevenire il contagio. Ho visitato una scuola dove un terzo dei bambini avevano perso entrambi i genitori: su 390 alunni, 102 erano orfani.”

Anche Matteo ha provato sulla sua pelle il terrore del contagio. “Stavo parlando con  un  parente di un paziente: mentre mi raccontava la sua storia, mi ha toccato la spalla. Quando il medico mi ha detto che quell'uomo aveva qualche linea di febbre mi si è gelato il sangue.  Sono immediatamente corso in camera, ho indossato i guanti e con una forbice ho tagliato la maglietta che indossavo, poi l'ho bruciata. Fortunatamente non mi è successo nulla, ma ho vissuto nel panico per qualche ora.”

Nel mese di permanenza ha raccolto le testimonianze di decine di sopravvissuti, immortalato i lori volti, ascoltato le loro storie. Come quella di Isatu Kamara, una ragazza di soli 16 anni  che  ha combattuto contro l’ebola per un mese e mezzo. E’ stata la prima paziente ammessa e dimessa all’Ebola Treatment Center (ETC).  O quella di Ibrahim Sesay, 22 anni, che è riuscito a sconfiggere la malattia,  ma ha perso tutti i parenti:  il padre, la madre, tre fratelli, due sorelle e due madri adottive.

Saffiatu Fofanah ha perso 9 figli e il marito. Li ha sepolti lei, a mani nude,  a poca distanza dalla baracca in cui vive. Anche lei ha sofferto d'ebola, ma è guarita. Ha trovato un nuovo marito, anch'egli sopravvissuto alla malattia,  ed è rimasta incinta, ma durante la gravidanza ha perso il decimo figlio. 

Da quando è tornato a Brescia sta cercando qualcuno che lo sostenga ad organizzare una mostra itinerante dei suoi scatti: “Perché l'Ebola non è un solo un problema africano, può riguardare tutti e tutti possiamo fare qualcosa.”

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