Annucio shock del Gruppo Riva: a rischio 434 dipendenti bresciani

Tra gli impianti fermati in Italia, il più grande è a Verona. In tutto, sono 1.402 i dipendenti coinvolti, di cui 964 sono operai. Landini: "Scaricano sui dipendenti responsabilità non loro"

Chiusura immediata di sette stabilimenti e di due società di servizi e trasporti facenti capo a Riva Acciaio sparsi in tutta Italia, con la messa in libertà di 1.402 addetti: è la decisione presa dal gruppo Riva all'indomani del sequestro di beni mobili e immobili e di conti correnti per 916 milioni di euro eseguito dalla Guardia di finanza nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Taranto sull'Ilva per disastro ambientale.

Gli stabilimenti interessati, oltre a quelli di bresciani (Sellero: 232 dipendenti, di cui 189 operai; Cerveno: 137 dipendenti, 98 gli operai; Malegno: 65 dipendenti, 49 gli operai), sono quelli di Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Annone Brianza (Lecco) e le società sono Riva Energia e Muzzana Trasporti.

Attività, sottolinea il gruppo Riva in una nota, che "non rientrano nel perimetro gestionale dell'Ilva e non hanno quindi alcun legame con le vicende giudiziarie che hanno interessato lo stabilimento Ilva di Taranto". Decisione "purtroppo necessaria", è scritto nella nota, che è stata comunicata al custode dei beni sequestrati, Mario Tagarelli, e "illustrata" ai sindacati.

Con il provvedimento del gip di Taranto Patrizia Todisco, datato 17 luglio e che estende il decreto del 22 maggio di sequestro preventivo di beni per equivalente fino alla concorrenza di 8,1 miliardi di euro, "vengono sottratti - sostiene il gruppo - a Riva Acciaio i cespiti aziendali, tra cui gli stabilimenti produttivi, e vengono sequestrati i saldi attivi di conto corrente e si attua di conseguenza il blocco delle attività bancarie, impedendo il normale ciclo di pagamenti aziendali, facendo sì che "non esistano più le condizioni operative ed economiche per la prosecuzione della normale attività".

Di conseguenza, l'attività negli stabilimenti viene sospesa, gli impianti messi in sicurezza e i lavoratori posti in libertà, ad esclusione degli addetti alla messa in sicurezza, conservazione e guardiania degli stabilimenti e dei beni aziendali. Il decreto del gip del 22 maggio scorso escludeva già la possibilità di sequestrare i beni "strettamente indispensabili all'esercizio dell'attività produttiva nello stabilimento siderurgico tarantino".

L'annuncio del gruppo Riva ha provocato reazioni durissime, sia pure di tenore diverso, da parte di sindacati, lavoratori ma anche di politici, amministratori locali ed organizzazioni imprenditoriali. Il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, ha subito convocato una riunione ristretta al dicastero per esaminare la situazione.

E mentre i dipendenti di Lesegno (250) manifestavano davanti allo stabilimento, il segretario nazionale della Uilm Mario Ghini sottolineava che "ancora una volta le iniziative disposte dagli uffici del giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Taranto determinano una ripercussione negativa sulla produzione siderurgica nazionale e sugli approvvigionamenti d'acciaio utili alle imprese manifatturiere italiane ed estere".

"Diffidiamo l'azienda a mettere in libertà il personale, ma la procura configuri il provvedimento affinché vi sia continuità produttiva" ha dichiarato il segretario nazionale Fim Cisl Marco Bentivogli. "Un atto di drammatizzazione inaccettabile perché scarica sui dipendenti responsabilità non loro" definisce la decisione dei Riva il segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini, che chiede al governo di convocare con urgenza un incontro e di commissariare "come previsto dal decreto Ilva" tutte le società controllate dal gruppo, comprese Riva Acciai e Riva Fire, per garantire l'occupazione e la continuità produttiva.

Di "accanimento giudiziario senza precedenti" ha parlato il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, mentre il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ritiene che il provvedimento del magistrato 'dà idea di un Paese ridicolo' e il governatore del Piemonte, Roberto Cota, sostiene che "qualcuno rema nella direzione contraria senza accorgersi di danneggiare il sistema".

Non è dello stesso avviso il leader dei Verdi, Angelo Bonelli: "A Taranto non c'è nessuna follia giudiziaria. Chi ha fatto profitti sulla salute e sulla vita dei cittadini di Taranto - dice - deve pagare sia dal punto di vista giudiziario che da quello economico".

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