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La crisi che cambia il mondo: «Niente è più come prima»

All'Europa del capitale deve contrapporsi l'Europa dei lavoratori. Alla Cgil di Brescia gli interventi di Fuina, Barberini, Enniya e Fenaroli: "Cambiano i rapporti di forza tra le potenze, evento sconvolgente"

Una crisi, due crisi, tante crisi: il mondo occidentale sembra assistere inerme al cambiamento del nuovo mondo multipolare, spinto a gran forza dall’enorme processo di crescita e di produzione dei Paesi emergenti, Asia in testa, in quell’evidente spostamento d’asse che un celebre scienziato e filosofo tedesco aveva già anticipato più di 150 anni fa. Dalla crisi dei mutui subprime made in Usa fino al welfare del XXI secolo, dalla guerra del debito alla disoccupazione crescente, dalla stagnazione del Pil delle classiche potenze del Novecento. E chi paga? Alla lunga sempre i lavoratori. Di questo si è parlato nella serata organizzata dal Centro Filippo Buonarroti nel Salone Buozzi della Camera del Lavoro di Brescia, con gli interventi degli esperti Antonio Fuina e Antonio Barberini, del responsabile dell’ufficio immigrati della Cgil Driss Enniya e di un’altra vecchia conoscenza del sindacato, Marco Fenaroli.

“Il sistema non funziona più, e da molto tempo – ammonisce proprio il marocchino Enniya, in Italia ormai da oltre un ventennio – un problema enorme per tutti i lavoratori, immigrati e non, che hanno investito tutta la loro vita nel lavoro, immaginando di progettare il proprio futuro”. Perché tutto segue un filo logico, fin dai primi meccanismi di questa crisi, e il calo dei consumi e della produzione sono tutti fattori di un processo di causa ed effetto che coinvolge ancora una volta il sistema bancario, soffocato dai titoli tossici, e lo stesso sistema Stato con il debito pubblico crescente e a prima vista inarrestabile. “Il debito pubblico è aumentato in media del 50%, e in meno di tre anni – ci ricorda Antonio Fuina – Un problema gigantesco che ha raggiunto oggi la stratosferica quota di 52mila miliardi di dollari, e il PIL globale arriva a malapena a 60mila. Altro problema è che l’84% di questo debito sia nelle mani dei Paesi occidentali”.

“La crisi non ha confini, e il mondo sta cambiando. Gli Usa contano quasi 14 milioni di disoccupati, e oltre 46 milioni di poveri, con un debito pubblico che sfiora il 95% del PIL . E poi l’Europa, con i debiti italiani, spagnoli, greci e portoghesi, e il Giappone con una stagnazione e una crescita prossima allo zero che dura da più di 20 anni. Il deficit delle partite correnti, il bilancio dei pagamenti sempre in negativo, la propensione esagerata alla compravendita di titoli delle banche, con la prima banca d’Europa (la Deutsche Bank) che investe l’82% del proprio immenso capitale nel trading finanziario..I gangli vitali del sistema capitalistico occidentale sono al limite, mentre le peggiori notizie arrivano ai lavoratori. Chi paga è sempre l’operaio”.

Una crisi che ha molte facce, tra cui quella politica. Una politica che torna al suo ruolo di comprimaria dell’economia, come dimostrano i cambi in corsa di alcuni Governi europei, sulla spinta dell’asse francotedesco e della BCE. Con i declinanti Stati Uniti e l’emergente Cina che di certo non stanno a guardare, e cercano in ogni modo di approfittare della crisi della zona Euro. “Stiamo assistendo a un evento sconvolgente – spiega infatti Antonio Barberini – stanno cambiando i rapporti di forza tra le potenze. Nel mondo i Paesi che si propongono di dominare il XI secolo hanno dimensioni non più paragonabili ai singoli Stati, hanno dimensioni continentali”.

E se la Merkel non può che auspicare una vera Unione Europea, gli altri Paesi non possono che fare altrettanto. “Gli europei non possono scegliere, non hanno più alternative. Il triangolo mobile di Berlino, Parigi e Francoforte ha già preso le misure per il nuovo imperialismo europeo, basta pensare al Fondo salva Stati. La crisi odierna è divenuta indispensabile per far accettare la necessaria riduzione della sovranità nazionale ai Paesi coinvolti, è difficile che quando le cose vanno bene si possa rinunciare ad essa per vie esclusivamente pacifiche”.

Solo con una politica fiscale unita la bolla della crisi potrà tornare oltre oceano, e oltre Manica. In America, in Giappone, in Gran Bretagna. Ma la reazione della finanza anglosassone non si è fatta attendere, come dimostrano le minacce recenti di Standard&Poor’s. “Nell’aspro scontro tra le potenze mondiali si decide il futuro e il ruolo del mondo, che dopo questa crisi non sarà più lo stesso. Con tutte le conseguenze che ne derivano”. A Brescia si è parlato di questo, mentre in tanti un discorso come questo preferiscono evitarlo. Perché troppo complesso? Forse perché fin troppo vero.

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