Coronavirus, l'allerta resta alta: nelle aziende bresciane controlli sugli operai

In alcune grandi aziende bresciane è già stata avviata la campagna di controllo della temperatura dei dipendenti in entrata e in uscita

Se a livello mondiale, a causa del coronavirus, si stima una crescita del Pil in calo dello 0,1% (ma niente paura: sarà comunque un più 3,2%, circa una volta e mezza in più della media storica) è inevitabile che gli effetti del Covid19 si facciano sentire in Italia (lunedì la Borsa di Milano è crollata di cinque punti e mezzo), in Lombardia e in provincia di Brescia.

Innanzitutto, cambiano le abitudini: nel rispetto dell'ordinanza del Ministero della Salute controfirmata anche dalla Regione. Nelle aziende più grandi, ad esempio, sono già stati avviati i controlli della temperatura corporea di operai e dipendenti, in entrata e in uscita. C'è chi utilizza i più recenti termo-scanner, altri metodi più tradizionali. In alcuni casi si è deciso anche di chiudere le mense.

Controlli di temperatura in entrata e in uscita

Succede ad esempio alle Rubinetterie Bonomi di Gussago, o alla Fonderia di Torbole a Torbole Casaglia. Al gruppo Feralpi, tra cui la Comeca, massima attenzione sui fornitori esterni (ai camionisti in arrivo vengono forniti questionari per tracciarne i movimenti), mensa chiusa e distribuzione di guanti e mascherine.

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Non ci sono ripercussioni evidenti, almeno per ora, dal punto di vista economico. Anche se chi ha più contatti con le aziende operanti nella “zona rossa” del Lodigiano comincia inevitabilmente a perdere colpi: tra queste anche un'impresa dell'hinterland cittadino, con una quarantina di dipendenti, che rischia una chiusura forzata (anche se temporanea). Altre aziende bresciane, operanti in un contesto globale, avevano già accusato i primi problemi dopo lo scoppio della crisi a Wuhan.

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