Giù la serranda dopo il Covid: storico negozio del centro chiude l’attività

Dopo 24 anni di attività chiude per sempre il negozio d'abbigliamento Axel di via Gramsci a Brescia. Il lucido sfogo del titolare Alberto Mambretti.

Alberto Mamberti davanti alla vetrina del negozio Axel di via Gramsci ©Bresciatoday.it

Non è solo colpa dell'inevitabile crisi causata dall'emergenza coronavirus. Ma il lockdown, e il fondato timore di uno possibile nuovo periodo di chiusure forzate, hanno dato la classica mazzata finale. Dopo 24 anni di attività si appresta a chiudere un altro negozio d'abbigliamento del centro di Brescia: le serrande di Axel si abbasseranno, e per sempre, venerdì 14 agosto.

Una decisione sofferta, ma inevitabile: "Non voglio fare un frontale contro il muro". Queste le laconiche parole del titolare del negozio che sia affaccia su via Gramsci. "I motivi sono tanti, tra cui anche l'emergenza degli ultimi mesi - spiega il 52enne Alberto Mamberti-. Sia chiaro: il lockdown è stata una saggia decisione e non sono mai stato contrario, perché la salute e la vita delle persone vengono prima di tutto. Ma la merce che ho comprato prima dell'estate l'ho prevalentemente venduta in liquidazione e non posso permettermi di fare la stessa cosa in autunno: il timore di una nuova ondata e di nuove chiusure è concreto."

"Si ringraziano sia i clienti che i collaboratori e la politica che in questi anni ha portato al collasso del commercio", si legge sul cartello, affiso alla vetrina del negozio, che annuncia la liquidazione totale. La crisi economia, la proliferazione dei centri commerciali, i colossi del commercio online, ma anche "le scelte politiche che hanno portato a soppiantare la manifattura italiana con quella cinese". Queste, secondo Alberto Mamberti, le principali ragioni all'origine al crollo del settore in cui lavora da decenni.  

Sacrifici, ridimensionamenti e accorgimenti per restare al passo con i cambiamenti, sempre più veloci, del modo di fare acquisti non sono bastati a garantire un futuro all'attività avviata, nel 1996, insieme alla madre Antonia.

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"Le mie vetrine hanno sempre avuto uno scopo sociale - spiega ancora il commerciante -  e ho sempre fatto scelte etiche, prediligendo il made in Italy perché mi sono sempre rifiutato di vendere prodotti dietro cui si celasse lo sfruttamento dei lavoratori. Ho sempre portato la mia clientela a riflettere e a farsi delle domande. Ecco perché ho deciso di rendere nota la chiusura del mio negozio. Non voglio farmi 'pubblicità', ma mi piacerebbe che si facessero delle riflessioni: la situazione è davvero dura per tutti e il rischio è che nei centri storici di tutte le città italiane, non solo in quello Brescia, i negozi vengano soppiantati dai garage. Se ciò dovesse accadere le tasse, che servono a finanziare anche la sanità pubblica, chi le pagherà?". 

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