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La crisi che non si ferma, tessile a rischio: «Tutto potrebbe finire»

Il polo europeo delle calze rischia di scomparire sotto il peso della competizione globale. Tra aziende che scappano e aziende che falliscono, pagano sempre i lavoratori. E nel 2013 addio alla cassa integrazione in deroga

“Stiamo toccando il fondo, stiamo raschiando il barile”. Non usa mezzi termini Valter Micheletti, segretario bresciano della Filctem Cgil. Il chiaro riferimento è al settore tessile, ai calzifici, al manifatturiero. “Quella che è sempre stata una realtà importantissima, il polo europeo della calza, ora è in fortissima difficoltà. Tutto rischia di finire, tutto rischia di essere distrutto”. Dal 2001 ad oggi si sono persi più di un migliaio di posti di lavoro, e ora che anche gli ammortizzatori sociali barcollano le cose non potranno che peggiorare. La cassa integrazione in deroga non arriverà oltre il 31 dicembre del 2012, come ricordato in questi giorni dalla ministra Elsa Fornero.

Tante ristrutturazioni avviate solo a parole, tante delocalizzazioni, tanti fallimenti. Tanti discorsi sulla sinergia, sulla necessità di creare un nuovo polo, un nuovo distretto. Discorsi dal valore relativo: a Borgo San Giacomo e Rimasto poco o nulla, anche a Botticino la riduzione dei posti di lavoro è più che un’evidenza, perfino la Cronert Italiana nella sua recente ristrutturazione ha chiuso lo stabilimento di Bagnolo Mella, e ha tenuto aperto solo quello di Torbole. Aziende troppo piccole che spesso hanno passivamente subito la concorrenza globale. E delle tre fasce di prodotto (fascia alta, media e bassa) rimane qualcosa solo nel settore mediano.

“Stiamo assistendo a una rapida distruzione dell’intero settore – continua Micheletti – Le PMI hanno tenuto in piedi il Paese, ora fanno davvero fatica. E ogni giorno i lavoratori vivono queste difficoltà, perché perdere il posto di lavoro oggi significa non trovarlo più. Non esiste un vero sistema di welfare, non c’è alcuna rete di protezione, anche e soprattutto per le donne. Ed è inutile parlare di articolo 18, o di flessibilità. Il futuro per i lavoratori e le lavoratrici di settore è un futuro di precarietà, un futuro di sofferenza: quando si perde un reddito all’interno di un nucleo familiare le conseguenze sono devastanti”.

“Non c’è ricircolo, non c’è ricollocazione. Il settore non riassorbe più, chi trova lavoro lo trova da un’altra parte”. Nuovo spazio per investimenti? Difficile, se non impossibile. “E’ l’intero sistema Paese che non funziona più, mentre il Governo annuncia politiche di sviluppo e invece pensa solo al rigore e ai tagli. Alcune aziende poi pensano che l’unica soluzione sia la delocalizzazione.. ma un processo come questo è distruttivo, sono poche le realtà che si sono impegnate ad affrontare il mercato, ad affrontare un nuovo equilibrio”.

E le banche non guardano in faccia a nessuno, e via alla chiusura dei crediti, e altri mattoni sulla testa dei salariati. Contratti a chiamata, slittamento dei pagamenti, retribuzioni e straordinari in nero. “I salari non reggono più il passo, la forbice della disuguaglianza si è aperta sempre più. Se adesso si resiste e si fatica, nel medio e lungo periodo si dovranno affrontare difficoltà ancora maggiori. Non è più il tempo di essere ottimisti: andare avanti così significa far scomparire un intero settore”.
 

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