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Economia

La crisi senza fine dell'acciaio bresciano: "Persi 350 posti di lavoro"

"La battaglia mondiale dell'acciaio" anche a Brescia: in meno di 100 persi 350 posti di lavoro (e solo nelle fabbriche più importanti), il 9% del totale. Ma il fatturato supera ancora i 4 miliardi e mezzo

I numeri della siderurgia bresciana: 150 imprese per oltre 7000 addetti, 4 miliardi e 600 milioni di fatturato, il 13,5% della manifattura. Un terzo della produzione viene esportata, ma già si lavora anche all'estero: si contano 16 filiali produttive in Europa e nel mondo, per oltre 2000 addetti. Anche in Nord Africa: quattro aziende e 500 occupati. Il rovescio della medaglia del libero mercato: succede anche il contrario, con aziende (in questo caso gli algerini della Cevital) che “fanno shopping” tra gli stabilimenti bresciani.

Ma c'è anche la crisi. “Delle 24 fabbriche bresciane più importanti – continua Bonassi – solo in 9 casi la produzione è aumentata. In 5 è diminuita, 4 hanno chiuso”. Emblematico il caso Stefana: era il terzo polo bresciano, con 700 addetti. Un po' alla volta si è arrivati allo “spezzatino”. “Il sito di Ospitaletto è stato ceduto e bonificato, riconvertito come centro logistico da Esselunga. Ma l'occupazione è salva: 250 operai lavoreranno per Esselunga. A Nave c'erano due aziende: in Via Brescia è stata rilevata dalla Feralpi, sono rimasti 91 addetti. In Via Bologna, dove i dipendenti erano 162, è stata rinnovata la cassa integrazione ma non ci sono acquirenti”.

L'incertezza, una costante del capitale. “Nel nostro libro raccontiamo di come sia irrealizzabile la volontà di gestire la globalizzazione – spiega Mauro Parri, ex operaio alla Lucchini di Piombino – semplicemente riprendendo le parole di Karl Marx, 150 anni fa: nel capitalismo gli uomini perdono il controllo dei rapporti di produzione e dei rapporti sociali”.

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