Tragedia sull'Himalaya: «Valanga grande come dieci campi da calcio»

A raccontarlo è il «gnaro» Mondinelli, il sopravvissuto valtrumplino alla tragedia sul Manaslu, che a caldo annuncia: «Forse è ora di smettere»

Uno scorcio dell'Himalaya: © Giovanni Pizzocolo

Finora sono stato fortunato. L'alpinismo è uno sport appassionante ma pericoloso, troppo pericoloso. Forse è arrivata l'ora di mollare.

Silvio 'Gnaro' Mondinelli, leggenda dell'alpinismo internazionale, ha visto tante volte la morte sfiorarlo mentre si inerpicava sulle montagne più alte del mondo.

Gli è sempre andata bene, ma ora é tentato dall'idea di appendere picca e ramponi al chiodo. La valanga sul Manaslu, che lo ha trascinato a valle per 300 metri e lo ha lasciato miracolosamente incolume, potrebbe così rappresentare l'epilogo di una carriera straordinaria, quella di un 'top player' dell'alta quota, con in bacheca le foto di vetta di ben 17 Ottomila.

"Io mi comporto bene in montagna - spiega - facendo sempre molta attenzione. Ma a volte non basta. Il pericolo c'é sempre. Per esempio morire di notte, in tenda, è deprimente". Raggiunto al telefono in albergo a Kathmandu, 'Gnaro' non ha il solito tono sicuro e forte. Un tourbillon di pensieri lo avvolge, da quando è scampato ad una delle più grandi tragedie mai avvenute in Himalaya. "Vorrei diventare nonno anche io..." si lascia scappare con un filo di voce.

Tredicesimo uomo al mondo a conquistare tutti i Giganti della Terra, sesto a farlo senza uso di ossigeno supplementare, Mondinelli ha visto morire tanti compagni di cordata negli ultimi anni. Nel 2005 era all'Annapurna quando una valanga ha travolto e ucciso l'altoatesino Kristian Kuntner: si è salvato perché era qualche centinaio di metri più in alto. Nel 2007 sul Broad Peak ha rischiato un collasso fatale sotto la vetta a causa di un cerotto vasodilatatore. Per non parlare del 2002 quando la sua spedizione venne attaccata da un gruppo di guerriglieri maoisti.

Nell'ambiente è stimato e rispettato per la generosità. Mai ha rinunciato ad un soccorso, mai ha lasciato un compagno indietro. A lui devono la vita gli spagnoli Edurne Pasaban e Juanito Oiarzabal, ritrovati nella notte mentre vagavano sulle aspre pendici del K2 e accompagnati in tenda semiassiderati nel 2004. Lo stesso vale per altri scalatori 'salvati' al Cho Oyu, all'Everest, al Nanga Parbat. Come nel giorno della tragedia, uscito indenne dalla valanga e seppur senza scarpe, ha avuto come primo pensiero quello di aiutare gli altri. "La slavina - racconta - era enorme. Mai vista una cosa simile. Grande come 10 campi da calcio".

Purtroppo per Alberto Magliano e per Dawa sherpa non c'era più niente da fare. Alla fine il bilancio parla di 12 vittime (nove recuperate e tre dispersi). "Ma poteva essere ancora peggio, una strage - sottolinea Mondinelli - perché due grosse spedizioni commerciali, quella di Russel Brice e quella di Kari Kobler, il giorno prima hanno rinviato la partenza dal campo base. Altrimenti la valanga avrebbe preso almeno una trentina di persone in più".

Trasportato stamane all'obitorio dell'ospedale di Kathmandu, il corpo di Alberto Magliano sarà cremato nei prossimi giorni nella capitale nepalese e le esequie si svolgeranno con rito buddhista.
 

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