Uova e anguille alla diossina: Brescia nella morsa dell'inquinamento?

Il tema dell'inquinamento torna in primo piano dopo i recenti riscontri chimici. Otto mesi fa il primo allarme per la diossina nelle uova, ora la Regione indaga. Sul lago di Garda il ministero della Salute vieta la vendita di anguille per un anno

L’allarme diossina negli alimenti torna d’attualità dopo i recenti riscontri chimici rinvenuti nelle uova di alcune produzioni agricole private e nel pescato di anguille del lago di Garda. Non è certo il caso di fomentare allarmismi indesiderati o esagerati, ma il problema dell’inquinamento in Brescia e Provincia torna in primo piano dopo che la Regione e anche il ministero della Salute hanno deciso di intervenire per tutelare la salute dei cittadini e dei consumatori. Il caso delle uova alla diossina emerse circa otto mesi fa, quando in cinque piccoli allevamenti di Brescia, Sarezzo, Castegnato, Montirone e Ospitaletto venne rinvenuta una quantità anomala (e potenzialmente pericolosa per la salute umana) di sostanze cancerogene per l'uomo e bioaccumulabili nell’ambiente. L’Asl di Brescia effettuò le analisi dopo lo scoppio del caso nazionale delle uova arricchite di diossina, una piaga che ha colpito allevamenti in tutta Italia, e in particolare a Mantova e Pavia: la Regione Lombardia ha deciso di verificare con più attenzione l’effettiva entità del fenomeno, con interventi di monitoraggio più accurati e, in collaborazione con l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (Arpa), “un piano integrato di controlli sul territorio regionale, in particolare nelle zone ritenute critiche per la presenza di impianti potenzialmente inquinanti”.

I cosiddetti pollai infetti si trovano appunto a poca distanza da alcune grandi fonderie, in altre parole impianti siderurgici. L’esponente leghista Alessandro Marelli ha proposto e ha fatto approvare la mozione IX/94 che comprende “la misura dei contaminanti nelle deposizioni al suolo, nell’aria, nei vegetali presenti, nei mangimi”, oltre al controllo di “tutti i parametri che potrebbero essere utili per dare risposte certe sulle cause di tale fenomeno ai cittadini lombardi”. L’Asl nelle sue analisi è stata precisa, un po’ meno nell’evidenziare le possibili cause: in primis sono state rilevate delle “pratiche agronomiche scorrette”, alle quali però vanno aggiunti “aspetti di carattere territoriale che vanno approfonditi”, cominciando proprio da “quelle zone della Provincia dove esistono determinate realtà industriali”. Il caso delle anguille del lago di Garda è decisamente diverso, anche se pure in questo caso gli enti competenti non hanno saputo dare una risposta precisa alla contaminazione. Il primo allarme, anche questa volta, qualche mese fa, poi gli interventi congiunti degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali della Lombardia, dell’Emilia Romagna, delle Venezie e dell’Abruzzo e del Molise.

Sono stati esaminati 102 campioni di pesci, di cui 39 anguille: in 15 di esse (il 38,5% del totale) sono stati rilevati livelli di diossina, di furani e di Pcb altamente fuori dalla norma. Il ministero della Salute ha dunque emesso un’ordinanza che ne vieta la vendita per un anno intero, delegando Veneto, Lombardia e la Provincia autonoma di Trento a vigilare per far sì che il divieto venga rispettato. Anguille contaminate significa acqua contaminata? Secondo il sottosegretario alla Salute Francesca Martini non si tratta di un assioma corretto: “A parte le anguille contaminate, tutti i pesci esaminati sono risultati idonei al commercio e al consumo. Le acque del Garda sono assolutamente sicure per la balneazione e non è stato rilevato alcun problema sulla qualità dell’acqua degli acquedotti”. L’Arpa Veneto ha di fatto eseguito una serie di analisi, prelevando sedimenti fondali di circa 20 cm in dieci diversi siti della sponda orientale del lago: “In tutti i campioni d’acqua analizzati finora non si è riscontrata presenza di diossine e furani al di sopra del limite di quantificazione”. I parametri di riferimento, nel caso dei Pcb, sono stati quelli americani e quelli canadesi; per quanto riguarda diossine e furani si è fatto affidamento alla normativa europea e italiana. In entrambi i casi i limiti non sono stati superati, ma è opinione diffusa che l’acqua del Garda e più in generale lo stato di salute complessivo del bacino d’acqua più grande d’Italia non sia ormai da tempo ai passati livelli d’eccellenza.

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L’Istituto dell’Abruzzo e del Molise è stato più che eloquente: “I livelli di diossina riscontrati nelle anguille sono talmente elevati da non poter essere ignorati”. L’indice di tossicità equivalente è stato misurato tra gli 0,12 e i 6,31 nanogrammi per kg, e per l’Arpa Veneto è (quasi) normale, pari cioè “a quello riscontrato in ambienti lacustri non soggetti a pressioni antropiche connesse con scarichi di attività industriali”. Il ministero della Salute ricorda che “non è ancora stata formulata alcuna ipotesi sulle cause della contaminazione”. Industrie, scarichi fognari, la cementificazione degli ultimi 20 anni, il contemporaneo rischio di estinzione per le alborelle, la moria dei lucci di qualche anno fa. L’inquinamento ambientale non è ancora un’evidenza? Ha scritto Robert Hughes, direttamente dagli States: “Nessuna moratoria può ripristinare la popolazione ittica. Una trama di fattori ecologici, complessa e poco indagata, rimasta intatta per milioni di anni prima che si avvertisse l’impatto dell’uomo, sta cominciando a crollare sotto tensioni che non era predisposta ad assorbire”.

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