Traffico illecito di rifiuti: 20 arresti, sequestrati 2 capannoni nel Bresciano

Maxi operazione contro il traffico illecito di rifiuti nel Nord Italia. Coinvolta anche la nostra provincia.

Un capannone finito sotto sequestro © Bresciatoday.it

Un surplus di produzione di rifiuti che, nel caso dell'indifferenziato urbano, non riescono più ad essere smaltiti nelle discariche o nei termovalorizzatori (che si concentrano, tra l'altro, nel Nord del Paese). Ecco spiegato in breve il cortocircuito che ha prodotto l'impennata del reato di traffico illecito di rifiuti e di capannoni industriali utilizzati per stoccarli illegalmente fino all'inverosimile.

Quella condotta dal Nucleo ecologico dei carabinieri di Milano (guidato da Camillo Di Bernardo) e dalla direzione distrettuale antimafia non è che l'ennesima indagine riguardante un'attività illecita che frutta parecchio. Il bilancio è di 20 ordinanze di custodia cautelare (12 in carcere, 8 ai domiciliari, una di queste ancora da eseguire perché il trasportatore si trova al momento all'estero) oltre al sequestro di sei capannoni (di cui uno a Gessate) in cui erano state stoccate in tutto 10 mila tonnellate di rifiuti. Sequestrate anche due sedi della società "a capo" del meccanismo, la Winsystem di Cornaredo, e cinque automezzi. I guadagni illeciti stimati ammontano a un milione e 700 mila euro, mentre è di circa 3 milioni il valore di quanto sequestrato.

Smaltimento illecito: alti profitti, bassi rischi

I sei capannoni si trovavano a Torbole Casaglia (500 tonnellate), Pontevico (1.200 tonnellate), Verona (11 mila metri cubi di rifiuti), Tabellano (Mantova, 2.000 tonnellate), Gessate (2.500 tonnellate) e Meleti (Lodi, 200 tonnellate). Ad essi vanno aggiunti i due stabilimenti di Winsystem a Cornaredo, quello di via Copernico (200 tonnellate) e quello di via Milano (1.200 metri cubi), già sequestrati a novembre del 2018.

Ingenti i ricavi dell'affare ilecito. A fronte di un costo fino a 2.500 euro per ogni camion pieno di rifiuti (più 600-800 euro di guadagno per il trasportatore), il profitto variava tra i 500 e i 1.000 euro a spedizione. L'intermediario otteneva 10-15 euro per ogni tonnellata.

Imprenditori recidivi

«Gli stessi indagati, parlando tra loro nelle frasi intercettate, commentano che ormai gestire illegalmente i rifiuti è molto più redditizio del traffico di stupefacenti», spiega il procuratore aggiunto Alessandra Dolci, «e che quindi l'attività conviene, perché dal punto di vista penale si rischia pochissimo: da uno a sei anni di reclusione». La conseguenza è la serialità con cui operano gli imprenditori: alcuni di quelli ora coinvolti erano già stati indagati per l'incendio di via Chiasserini, 13 mila tonnellate di rifiuti in fumo, ma le loro attività illecite sono comunque continuate.

Tanti soldi facili, dunque. Pene tutto sommato basse. E un mercato fiorente. Basti pensare che il conferimento di rifiuti a un termovalorizzatore costa, oggi, anche 280 euro a tonnellata, mentre con il meccanismo illecito si va da 90 a 150 euro. Un trasportatore, intercettato, dichiarava al telefono: «Noi facciamo 3 viaggi al giorno e guadagniamo 1.800 euro». «Questo mestiere - fa notare il capo della procura di Milano, Francesco Greco - ormai condiziona parte dell'economia italiana. Se non si riattiva una filiera virtuosa, il fenomeno continuerà ad amplificarsi».

«Crisi nazionale dei rifiuti»

Tra i problemi in cui sono incorsi gli imprenditori dei rifiuti, la chiusura dei porti del Sud-Est asiatico: fino al 2017 la Cina era arrivata a ricevere il 70% delle plastiche del mondo (7 milioni di tonnellate all'anno), costituendo quindi un "approdo sicuro" che ora non c'è più. E parla di «crisi nazionale dei rifiuti» il generale Maurizio Ferla, comandante dei carabinieri della Tutela Ambientale: «I termovalorizzatori si concentrano quasi tutti al Nord, ma l'impossibilità di conferire all'estero plastica e gomma ha reso vulnerabili anche quelle Regioni».

Secondo Ferla, tra qualche mese il Nord Italia potrebbe entrare in crisi per mancanza di impianti di stoccaggio temporaneo. E in tutto questo la criminalità organizzata c'entra, ma solo fino ad un certo punto. «La presenza delle mafie nella gestione dei rifiuti è ancora significativa - aggiunge - nelle Regioni dove esse sono più radicate, ma si va verso un sistema imprenditoriale ben strutturato e con ottimi consulenti alle spalle».

Nell'indagine appena conclusa, gli investigatori non si sono imbattuti in roghi. Ma è come se li avessero prevenuti bloccando i sei capannoni più le due sedi di Winsystem. Perché ormai è noto il metodo utilizzato: si stoccano i rifiuti in capannoni dismessi, sfruttando ogni spazio disponibile per accatastare anche attraverso muletti, e poi si dà fuoco a tutto. Il settore ha vere e proprie "figure professionali": dai broker dei rifiuti a chi ne gestisce il trattamento, dai procacciatori di capannoni abbandonati ai trasportatori compiacenti.

Imprese senza fidejussioni

Tutti i passaggi sono caratterizzati da una qualche irregolarità. Si va dai codici identificativi fasulli per il trasporto all'autorizzazione all'attività di stoccaggio ma senza garanzia fidejussoria, come è stato il caso di Winsystem ma anche dell'altra società coinvolta per via Chiasserini, Ipb Italia, come spiega il sostituto procuratore Donata Patricia Costa, che punta il dito contro la mancanza di controlli amministrativi. E' evidente, infatti, che se funzionasse il controllo delle fidejussioni (che devono essere presentate entro 90 giorni dall'autorizzazione), si potrebbe bloccare sul nascere il proliferare dei siti illegali di stoccaggio. Ma Costa fa anche notare che «il Paese non può più permettersi una così consistente produzione di rifiuti».

C'è poi, chiaro, l'invito al Legislatore a provvedere sulle pene inflitte per il reato di discarica illegale: da uno a sei anni, si diceva, e così pensano i magistrati, è troppo poco, non costituisce un deterrente sufficiente. Ed infine, spiega il tenente colonnello Massimiliano Corsano, comandante dei nuclei ecologici del Nord, «oltre all'inquinamento ambientale c'è l'inquinamento del tessuto economico perché diventa sempre più difficile, per gli imprenditori sani e onesti, essere concorrenziali confrontandosi con concorrenti che lavorano a prezzi così bassi».

L'altro fronte: i rifiuti industriali

«La nostra direttiva è quella di affrontare anchje i flussi finanziari sottostanti a queste operazioni», precisa Greco. E si parla di rifiuti urbani, che però sono soltanto il 40% dei rifiuti illegalmente smaltiti in Italia, come spiega ancora il generale Ferla: «La parte più rilevante riguarda i rifiuti industriali, con falsi cicli di smaltimento illecito. Parliamo di materiali elettronici, ma anche chimico-farmaceutici. Ma penso anche al riciclo dei pannelli fotovoltaici, che contengono silicio e anche cadmio. Si tratta di rifiuti altamente inquinanti, per i quali la "rotta" è opposta a quella dei rifiuti urbani: da Nord va verso Sud, non solo d'Italia ma anche il Sud del mondo».

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