Pensionati e calciatori falliti: viaggio tra i senzatetto della stazione

Viaggio tra la variopinta umanità che, la notte, si ritrova a dormire sulle banchine della stazione di Brescia. Un'ordinanza della giunta Del Bono vieta di dormire nella 'hall': "Questione di decoro"

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Indaffarati, sbadati, sovrappensiero, indifferenti. Siamo un po' tutti così quando li incontriamo. Ognuno scelga la sfumatura e l'aggettivo che preferisce. Non li vediamo o non ci accorgiamo di loro. Eppure li incontriamo ogni giorno. Non sono invisibili. Sono quelli che Victor Hugo chiamava Les Misérables. Quelli a cui dovremmo dare un tetto, ma che a Brescia non vuole più nessuno. Nemmeno i dormitori. Molto più semplicemente, li potremmo chiamare: gli ultimi degli ultimi. Ragazzi e ragazze. Uomini e Donne. Bianchi e neri.  Quelli che di notte cercano una parvenza di quiete, indispensabile per placare la tempesta interiore.

Hanno occhi per vedere, un cuore per sentire, una voce per parlare. E hanno tanto da raccontare a chi non va di fretta. A chi si prende cura di loro. A chi sopravvive ai margini della città e della società ci pensano, due volte ogni settimana, i City Angels. Non fanno servizio d'ordine. Ascoltano e assistono. Donano cibo, vestiti e coperte. Gli zaini riempiti di vivande ed indumenti alla “base” di partenza - i locali concessi dal comune in via Nino Bixio - si svuotano in fretta. Troppo in fretta. Le anime vagabonde della stazione, come delle vie del centro e dei parchi cittadini, sono tante.


Sul pavimento della ‘hall’ della stazione - al calduccio e al sicuro - molti non ci possono più stare. Perché il sindaco Emilio del Bono non li vuole lì. Sporcano e degradano la città immaginaria. Quella che tutti noi sogniamo ad occhi aperti. Ma che, tolta la patina, non ha sostanza. Salvo rare eccezioni, si devono accontentare delle panchine sui binari. Lì nessuno dice niente, perché le banchine sono di competenza delle ferrovie.

Fa eccezione Luciano, che dorme dove sono state le nostre scarpe poche ore prima, sotto allo sportello al quale noi ci appoggiamo per comprare il nostro biglietto. Faceva il gruista in un'acciaieria di Nave, racconta, ma non si ricorda il nome dell'azienda. È in stazione, perché dice: “qui sto bene, sono in compagnia”. È vedovo e confessa: “i miei figli non sanno che sono qui”. Di giorno si trasferisce a San Polo, all'ombra dell'unica torre ancora abitata (la Cimabue) per giocare a briscola. Non ha voglia di parlare. Ha già mangiato e vuole chiudere gli occhi per dimenticare.

Sulla banchina c'è Stankovich. È serbo-bosniaco. É il “Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore” della Leva calcistica del '68 di De Gregori. Faceva il fantasista nel Rijeka, squadra di serie A dell'ex campionato jugoslavo (la storia è vera, ci assicurano i City Angels, che lo seguono da anni anche nelle sue varie vicissitudini burocratiche). È interista, tutte le mattine legge i giornali del giorno prima, che qualcuno abbandona e lui, puntualmente, scova. Sulle braccia ha tatuato i nomi dei suoi figli, uno dei quali è minorenne. In tasca ha un foglio di via. Ha passato la giornata sotto l'ufficio del suo avvocato. È molto arrabbiato, urla che per fare ricorso al Tar deve sborsare 5600 euro: “E chi ce li ha, io non faccio nemmeno l'elemosina, perché al mio paese è considerata una vergogna.  Quando ero sotto lo studio legale, un signore elegante mi ha dato 3 euro. Non li ho presi, mi vergognavo. Se mi vedesse mio figlio, farebbe finta di non conoscermi.” A lui non serve il cibo. Vorrebbe solo un cartone di vino, ma sa che non può averlo, così non lo chiede. Anche suo figlio gioca a calcio ed è bravo, racconta Stankovich, con gli occhi velati, persi nel vuoto, assenti, ma con un barlume di fierezza.  Hanno provato ad aiutarlo, ma lui è così.

C'è un angelo biondo che dorme accanto a lui. Che lo capisce e lo protegge come può. Si chiama Anna ed è la sua compagna da due anni. Anche lei ha  il suo bel da fare da quando ha chiuso con il marito. “Se ne è andato con una cubana, ma a mie spese” protesta Anna che non vede l'assegno di mantenimento da mesi e che, come Stankovich, fa la posta all'avvocato.  Prima abitava nelle casette della metro occupate di San Polo, ma lì non volevano Stankovich. Se n'è andata, non aveva altra scelta.
Altri arrivano dai binari in cerca di cibo e vestiti.

Alfred, a Brescia da sue settimane. Michaiel è ospite fisso e danza davanti all'obiettivo della macchina fotografica. Nel sottopasso che conduce nell'atrio della stazione c'è Stefan, un 50enne polacco che cerca di prelevare un caffè dalla macchinetta. Altri volti senza nome si avvicinano durante il viaggio di ritorno alla “base”, tra via Solferino e via XX Settembre, ma gli zaini di “Dream”, di “Rei” di Bianca e degli altri angeli della città sono vuoti.  

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