"Adesso l'Italia è il mio Paese": lavorando con i profughi dove nessuno è diverso

La quindicina di richiedenti asilo ospitati dal comune del basso Sebino è affidata alle cure dei volontari del circolo di Legambiente che hanno predisposto una serie di attività senza avvalersi di contributi pubblici: dai corsi d'italiano al doposcuola fino ai lavori socialmente utili, come la pulizia delle spiagge

I rifugiati puliscono la spiaggia delle palafitte di Sulzano -copyright © Bresciatoday

C’è chi tappezza i muri del proprio paese con le scritte 'Profughi no grazie' sbattendogli la porta in faccia, un po’ per paura e un po’ per propaganda, chi si limita ad ospitarli e chi prova a conoscerli e a farli conoscere. Il buon esempio arriva da Sulzano, paese di neanche 2000 anime del lago d’Iseo. Da un anno, all’hotel Alpino hanno trovato rifugio una quindicina di richiedenti asilo. Ad occuparsi di loro non è l’amministrazione comunale, bensì i volontari di Legambiente che hanno predisposto una serie di attività senza avvalersi di contributi pubblici: dai corsi d’italiano al doposcuola; dalle visite guidate nelle località vicine ai lavori socialmente utili. 

I profughi non se stanno con le mani in mano in una stanza d’albergo, in attesa che le loro pratiche vengano prese in considerazione. Preferiscono rendersi utili e raccogliere la poco piacevole eredità lasciata dai bagnanti: mozziconi, bottiglie e sacchetti. Fanno lo slalom tra i turisti dediti alla tintarella e raccolgono la sporcizia, nessuno si scandalizza o protesta, anzi un coro unanime di “Ma che bravi, ma che bell’idea” si alza dai lettini. Il progetto si chiama 'Operazione spiagge pulite con i profughi', porta la firma del circolo di Legambiente Bassosebino e durerà per tutto il mese d’agosto.

“Questa iniziativa è in linea con la circolare del Ministero dell’Interno che suggerisce di impegnare gli immigrati in lavori socialmente utili. - spiega Dario Balotta, presidente del circolo ambientalista - E’ un modo per proseguire la nostra esperienza di accoglienza e condivisione sul territorio, prendendo le distanze in modo costruttivo dalle assurde campagne di paura promosse per fini politici. I lunghi tempi di attesa delle commissioni ministeriali incaricate di sbrigare le richieste di asilo degli immigrati non dipendono da loro, che sono invece contenti di rendersi in qualche modo utili. Qui nessuno si è mai lamentato di loro”.

Ma dalle parti di Sulzano non è una novità vedere i richiedenti asilo con un rastrello e un sacchetto dell’immondizia in mano: si sono già occupati della pulizia delle strade e di spalare la neve nei mesi invernali. Per loro è un modo di farsi conoscere e ringraziare la comunità per l’ospitalità, oltre che per passare il tempo in attesa di una risposta dal Ministero. Una sorta di temporaneo rimedio alla nostalgia che insieme alla paura gli vela perennemente gli occhi.

Tijani ha 19 anni ed è uno degli ultimi arrivati, ogni tanto si distrae per sbirciare lo smartphone e guardare le foto di casa, i volti sorridenti di mamma e papà e dei fratelli che ha lasciato in Nigeria. È scappato dalle bombe e dalle carneficine di Boko Haram come Cosmos, che di anni ne ha 28 e vive con l’incubo che la sua famiglia venga massacrata. “In Nigeria i cristiani sono perseguitati - racconta - le chiese e le scuole vengono bombardate; i villaggi vengono presi di mira dai militanti islamici e rasi al suolo, mentre i ragazzi vengono torturati perché si convertano all’Islam.”

Poco più là c’è Dame, piegato in due per raccogliere i mozziconi. Ha 19 anni ed è arrivato in Italia quando era poco più che maggiorenne. Non ha più nessuno: tutta la sua famiglia è stata sterminata dai ribelli. Viene dalla Casamance, una regione del sud del Senegal dilaniata da una guerra civile che dal 1982 ad oggi ha fatto migliaia di morti. Parla l’italiano meglio del francese, perché si è seduto per la prima volta tra i banchi di una scuola quando è arrivato a Sulzano, un anno fa. Attratto dalla promessa di un lavoro ha raggiunto la Libia attraversando, un po’a piedi un po’ su mezzi di fortuna: Gambia, Burkina Faso, Mali e Niger. Non ha mai trovato un’occupazione, ma è stato stato sequestrato e schiavizzato prima di salire su un barcone e lasciare l’Africa.

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A spiegare come funziona il meccanismo ci pensa Mohamed: “Ti puntano delle mitragliatrici addosso e ti obbligano a lavorare senza mai pagarti. Sono stato tre anni in Libia, quando ho potuto sono scappato”. Mohamed ha 22 anni ed è originario del Gambia, dove non può più tornare. L’esodo di massa dal minuscolo paese dell’Africa occidentale si deve al regime dittatoriale di Yahya Jammeh, che è al potere da 21 anni, chi si ribella sparisce nel nulla o viene torturato fino alla morte, com’è successo a tanti amici di Mohamed: “Avevo paura e volevo vivere in uno Stato libero e democratico per questo sono fuggito dal Gambia. Adesso è l’Italia è il mio paese, sto benissimo qui, ho molti amici e molte persone che mi trattano come se fossi figlio loro”.

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