Mille ammalati e dieci morti: per la Procura "nessuna epidemia di polmonite e legionella"

Sono state rese note le prime evidenze delle indagini (in corso) della Procura di Brescia, sui quasi 1000 casi di legionella e polmonite dello scorso anno

Quasi 900 casi accertati di polmonite batterica, e più di 60 casi di legionella: oltre a questi, almeno una decina di decessi. Ma tutto questo non basta: per la Procura di Brescia non c'è stata alcuna epidemia. E quindi decade anche l'impianto accusatorio verso ignoti, sulle eventuali responsabilità della sua diffusione: l'inchiesta verrà probabilmente archiviata. Intanto ambientalisti e comitati annunciano battaglia.

Le evidenze dell'inchiesta

A meno di un anno dall'apertura delle indagini, queste sono le evidenze raccolte dal punto di vista giudiziario. Sulla base di analisi e accertamenti scientifici: sarebbero solo due i casi di decesso legati alla legionella. Gli altri sarebbero invece riconducibili alla polmonite: pazienti deboli, anziani o debilitati.

Ma anche per la polmonite, non sarebbe stato possibile isolare un ceppo unico: ecco perché niente epidemia. Questioni tecniche, o scientifiche: però è così. Non è stato nemmeno possibile isolare con precisione le “fonti”, le cause cioè della diffusione del batterio (anzi, dei batteri) che tanto hanno flagellato la Bassa.

Il caso del fiume Chiese

Se non la “pista” del fiume Chiese: su questo infatti non ci sarebbero dubbi, sull'ipotesi – considerata molto credibile – secondo cui l'acqua stagnante del fiume avrebbe fatto da “incubatore” per i batteri della legionella.

Quello che è successo poco meno di un anno fa, purtroppo, è storia nota. Quasi 900 casi in poche settimane, a detta degli esperti una cosa mai vista non solo in Italia, ma in tutta Europa. E poi dieci decessi. Questi furono i paesi bresciani più colpiti: Acquafredda, Calvisano, Carpenedolo, Montichiari e Remedello. Considerati alla stregua di una “zona rossa”. Ancora oggi sotto la lente dei medici. E della Procura.

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