Cronaca Moniga del Garda / Piazza San Martino

Paul Polanski, quando la poesia si fa lotta «contro ogni pregiudizio»

Intervista in prosa ad uno dei più grandi artisti del verso, proprio quel Paul Polanski impegnato nella difesa dei diritti umani in Kosovo, impegnato nella lotta alle ingiustizie dell'uomo contro l'uomo

Diversamente poetici, l’appuntamento con la poesia che si rinnova a Moniga del Garda, in attesa di quel “sogno nel cassetto” che potrebbe essere il Festival delle parole in versi della sponda gardesana. La serata più attesa, l’immenso Paul Polanski che prende posto dietro il microfono, sembra voglia schiarirsi la voce e invece poi scatta il sorriso, volano le parole, si voltano le pagine. Interprete e moderatore il buon Igor Costanzo, traduce passo dopo passo, endecasillabo dopo endecasillabo, coinvolge il pubblico, non si fa mancare qualche costruttiva provocazione. Si parla di nomadi e zingari, i gipsy, quelli del Kosovo e dell’Est Europa, dove Paul ha deciso di investire risorse ed energie, “un popolo come gli altri, non dimentichiamoci che siamo tutti esseri umani”.

Impossibile non cominciare l’intervista se non parlando dei nomadi, guarda caso solo in Italia sono chiamati in questo modo, in una poesia addirittura suggerisci con ironia che in fondo potrebbe essere solo un problema di vocabolario. Paul, e tu che mi racconti?

Ho vissuto tra nomadi e zingari, gipsy e rom per almeno 22 anni, senza mai trovare alcuna differenza tra me e loro, tra le loro madri e la mia, tra i loro padri e il mio, tra le loro sorelle e le mie. Il punto fondamentale è capire che siamo tutti uguali: loro vivono costantemente tra povertà e discriminazione, hanno una tragica storia alle spalle, e qui si parla di genocidio, devono arrangiarsi come possono per vivere, anzi per sopravvivere. Le emozioni della gente purtroppo cambiano come il tempo, il segreto è provare a mettersi nei loro panni, vivere in povertà, vivere discriminati. Questa è gente che ha vissuto in schiavitù per secoli, un po’ come i neri americani. Anche i gipsy hanno spezzato le loro catene nello stesso periodo, nella seconda metà dell’800. Ho avuto il piacere di conoscere e di lavorare con molti di loro, la prima frase che mi sono sempre sentito ripetere è ‘io non sono uno schiavo’, quasi una psicosi, quasi come a volersi liberare del proprio amaro passato: noi non siamo più schiavi. Una vita parallela con i black degli States, il razzismo, le difficoltà economiche, l’apartheid.

Il razzismo, questa parola abusata e sfruttata. Eppure non esiste niente di scientifico che dimostri differenze genetiche, che dimostri la superiorità dell’uno o dell’altro. Allora forse il razzismo è un’invenzione?

Certo che è un’invenzione, per far sì che i poveri possano continuare a farsi la guerra tra loro. La gente non comprende la povertà, si fida degli stereotipi, si lascia trasportare dalle dicerie e dalle superstizioni. Dobbiamo invece imparare a guardare oltre il proprio orizzonte ristretto, senza avere paura. In caso contrario a molti risulterebbe inaccettabile sapere che uno dei più famosi chirurghi del cervello (brain surgery, ndr) d’Europa, primario d’eccellenza in Bulgaria, è proprio un dottore di origini rom. E vuoi saperne un’altra? Tutti mi hanno sempre detto di stare attento, di non avvicinarmi ai campi nomadi. Ma io ho molta più paura della camorra, dei trafficanti di droga e di armi, dei politici senza scrupoli, di chi sfrutta uomini e lavoratori. Su una cosa però possiamo essere tutti d’accordo: la crisi economica degli ultimi anni non l’hanno certo provocata i rom, oppure i poveri.

Eccola la crisi d’Occidente, la peggiore dal 1929 si dice. In molti sostengono che nonostante le crisi siano cicliche e sistemiche si possono sempre risolvere, basta fare un po’ di sacrificio. Ma a pagare? Sempre gli stessi..

La crisi non è un problema di Governo, o degli Stati Uniti o della Cina. Il problema è nel sistema stesso. L’uomo contro l’uomo, l’economia che non può essere controllata, e che pur di crescere non guarda in faccia a nessuno, trova profitto nelle armi, finanzia i signori della droga, sostiene i terroristi. E le banche? Soldi sporchi, truffe e finanziamenti illeciti, speculazioni. E nessuno che sia mai stato punito, nessuno nemmeno richiamato. Ma se una persona comune finanzia uno spacciatore finisce dritta in galera! A quanto pare i banchieri no, forse abbiamo tutti sbagliato lavoro.

Un sorriso per stemperare, un attimo di pausa e un sospiro. Insomma ci sono già state due Guerre Mondiali, le prospettive non sono certo le più rosee: si stanno tutti armando fino ai denti. Che mi dici se ti parlo di World War III?

Per il futuro dell’umanità non sono troppo ottimista. Nel ‘900 abbiamo assistito a massacri di ogni tipo, i campi di concentramento e i bombardamenti al napalm, le atomiche e i genocidi. Ci siamo illusi di aver risolto i problemi con la guerra, invece ne abbiamo provocati tanti altri. La terza Guerra Mondiale purtroppo non è da escludere, e sarà la peggiore di tutte. In un sistema in cui a comandare sono le lobby delle armi, perfino nella democratica America il presidente Obama assume le vesti di un fantoccio, quando invece tutto il potere è in mano alla CIA. Non troppi anni fa l'amministratore delegato di una delle più grandi aziende produttrici di armi in USA lo ha pure ammesso pubblicamente: a noi fare la guerra conviene.

La violenza che accompagna la storia dell’uomo, e tu ne parli in Boxing Poems, la raccolta in versi che forse più ti rappresenta. Ci puoi raccontare come nasce l’idea dei testi, come li sviluppi?

La boxe è lo sport più nobile, 12 round a darsele di santa ragione e poi tutto si risolve con una stretta di mano. Sono stato anch’io un pugile, questa è la mia esperienza personale e diretta, in questi versi ho però cercato di analizzare la violenza in generis, ho cercato di scoprire se effettivamente il gene della violenza è una caratteristica innata della razza umana. Un viaggio a ritroso e alle origini, esiste la violenza per sopravvivere, esiste la violenza per primeggiare. Ma nessuno avrebbe mai potuto immaginare la violenza raggiunta nel secolo scorso, e i campi di concentramento sono l’esempio più terribile. Ma se perfino un match di boxe spesso si conclude con un abbraccio allora questo significa che l’uomo non è poi tanto cattivo. Caso mai è la società ad essere malata e corrotta.

Tempo di salutarci, sperando di rivederci prima o poi. Intorno si avvicinano i fan, Paul firma qualche copia del suo ultimo ‘Cry, gipsy’, poi c’è spazio per qualche regalo, una targa con dedica consegnata dall’assessore Gloria Terzi, una foto ricordo, perfino un poster che ricorda il 7 novembre, l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Mentre si mette cappotto e cappello a noi piace ricordarlo con una delle sue poesie più belle, al cui interno si trova una delle frasi più forti: siamo tutti uguali perché al mondo c’è una razza sola. The human race, la razza umana.

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