Federica Pagani Raccagni: “L’ergastolo ce lo abbiamo noi, questo dolore non passerà mai”

Un anno fa il cuore del marito, Pietro Raccagni, ha smesso di battere in un letto del reparto di Rianimazione del Civile di Brescia. Era stato colpito alla testa con una bottiglia di vetro dalla banda di rapinatori che si era introdotta nella sua abitazione.

Federica Pagani Raccagni copyright © Bresciatoday

Federica Pagani Raccagni, come i figli Luca e Sara, non sorride da 12 mesi. Da quando Pietro si è spento in un letto di ospedale, il 19 luglio del 2014,  dopo 11 giorni di agonia. La notte dell’otto luglio scorso, 4 malviventi si erano introdotti nella casa del macellaio di Pontoglio, lui se n’era accorto e aveva cercato di fermali: era stato raggiunto da una bottigliata in testa. 

Da allora Federica è rimasta sola a guidare la famiglia e la macelleria di Erbusco. Condividevano tutto lei e Pietro: l’educazione dei figli, il lavoro, le amicizie. Inseparabili da più di trent’anni. La villetta di via Puccini a Pontoglio è costellata degli scatti che immortalano i loro ricordi felici: sorridenti e innamorati, come una coppia di ragazzini. 

Federica non piange, ma porta avanti la sua battaglia: vuole una pena giusta e certa per coloro che le hanno ucciso il marito. La disperazione ha lasciato presto campo libero alla rabbia per una morte tanto violenta, quanto ingiusta. Non ha paura di gridare il suo rancore, lo fa davanti alle telecamere, come nelle piazze dove spesso racconta la sua tragedia, per chiedere più sicurezza e una giustizia funzionante.

Pochi giorni fa, il 15 luglio, si è tenuta l’udienza preliminare del processo alla banda di albanesi responsabile della rapina degenerata in omicidio. Federica ha guardato dritto negli occhi 3 dei 4 responsabili della morte del marito: Ergren Cullhaj e  i cugini Pjeter e Vitor Lleshi, che affronteranno il processo per omicidio preterintenzionale con rito abbreviato il 30 ottobre. Mancava invece Erion Luli, ancora latitante.

Cosa ha provato a vedere i colpevoli in tribunale?
“È stato terrificante: ero incredula, spaventata, arrabbiata. Non riuscivo a realizzare di essere al processo per la morte di mio marito. Sono tre ragazzi giovani, hanno l’età dei miei figli, non riesco a capire come abbiano potuto agire con tanta crudeltà, non si sono fermati neanche quando c’era un uomo a terra. E per cosa poi? per rubare una macchina. Non hanno il valore della vita umana. Ci hanno rovinato la vita per sempre. L’ergastolo ce lo abbiamo noi, questo dolore non passerà mai. Per dormire io devo prendere dei tranquillanti; mia figlia ha smesso di essere felice un anno fa, lo ha anche scritto su Facebook e mio figlio si sveglia spesso in preda al panico, ossessionato dalla terribile scena di quella tragica notte.  

Cosa le dà la forza di andare avanti e continuare a combattere?
“La rabbia, solo quella. Ma di rabbia ci si può anche ammalare. Voglio che chi ha ucciso mio marito paghi per il reato che ha commesso, che ci sia la certezza della pena e misure più severe.“

Crede nella giustizia?
“ Assolutamente no. Quelli che hanno ucciso Pietro sono dei pregiudicati ed erano in giro liberamente.  Inoltre, avrebbero dovuto essere accusati di omicidio colposo, non preterintenzionale. Vivo nella paura che un giorno possano uscire dal carcere e ci facciano del male. Non si fanno tanti scrupoli e lo hanno già dimostrato.”

Qualcuno di loro le ha chiesto perdono?
“Sì, a Natale Vitor Lleshi mi ha mandato una lettera per chiedermi scusa. Ha scritto che darebbe la sua vita per tornare a quella notte e non fare ciò che ha fatto. Ma io non gli credo. È un pentimento fasullo, una strategia processuale. E poi io non riuscirei mai a perdonarli, mi hanno distrutta la vita.”

Ha scritto anche al premier Matteo Renzi, ha ottenuto risposte?
“No, però dicono che faranno una legge per inasprire le pene per furti e rapine. Sono stata anche in Regione Lombardia per chiedere una mano, si stanno muovendo per aiutarmi a fare fronte alle spese processuali. Non so quanti assegni ho già staccato. Oltre a dover mandare avanti un famiglia e un’attività devo pagarmi gli avvocati, invece ai 4 che hanno ucciso mio marito i legali li paga lo Stato. Non è giusto. A livello locale la solidarietà non è mancata; l’amministrazione comunale di Pontoglio si è costituita parte Civile nel processo.  

E nella politica ci crede?
“ Sì, vado spesso ai convegni che organizza la Lega Nord sui temi della sicurezza per portare la mia testimonianza e chiedere a gran voce la certezza della pena. Mi dicono tutti che ho ragione, però non ho ancora trovato qualcuno che metta in atto ciò che dico o che alzi il telefono per chiedermi come mi sento e darmi un po’ di sostegno morale. Credo che in uno Stato civile queste cose dovrebbero essere fatte. Ma io non mi arrendo, sto pensando anche di creare un’associazione per portare avanti la mia lotta e cerco qualcuno che mi aiuti a costituirla.”

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