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Palazzolo, Mootaz ricercato: "In casa situazione compromessa"

A due settimane dall'omicidio di Palazzolo, Chaambi Mootaz è l'unico ricercato per la morte di Daniela Bani. Sul tema anche l'avvocato Francesca Passerini: "Un delitto efferato, abbiamo bisogno di prevenzione vera"

A due settimane dall’efferato omicidio della moglie Daniela Bani il tunisino Chaambi Mootaz, fuggito in patria a poche ore dal delitto, è ufficialmente un ricercato. Il gip del tribunale di Brescia ha infatti emesso e firmato un’ordinanza di custodia cautelare: Mootaz è l’unico indagato e quindi il principale sospettato, si dovrà lavorare allora verso un mandato di cattura internazionale.

A Palazzolo ancora non si parla d’altro. Dal giorno dell’omicidio di Daniela, giovane mamma di due figli che sarebbe stata uccisa in camera da letto con 21 coltellate consecutive. E se la dinamica del delitto pare ormai pienamente ricostruita sono ancora tanti gli interrogativi che circondano la vicenda. Anche se gli inquirenti sembrano aver definitivamente escluso l’ipotesi del raptus fine a sé stesso.

Della stessa opinione anche Francesca Passerini, fondatrice di DDiritto, programma formativo per la prevenzione della violenza di genere, da più di 20 anni impegnata principalmente nel diritto di famiglia, responsabile per la Lombardia (dal luglio del 2013) di Save The Woman, movimento a tutela della violenza sulle donne e in particolare per i casi di femminicidio. E che si prepara un programma di prevenzione itinerante, con tanto di corsi di formazione e test di vario tipo, “per riconoscere in tempo quei segnali che anche nel caso dell’omicidio di Palazzolo forse in tanti hanno sottovalutato”.

Dai comportamenti ai modi di fare, le frequentazioni: “Campanelli d’allarme che invece suonavano forte”. O il fatto che negli ultimi mesi Daniela vivesse uno stato di quasi isolamento, “elemento fondamentale per comprendere una situazione già compromessa”. Pare che la vittima avesse già manifestato un senso di timore, continua Passerini, “ma non ha mai osato andarsene per paura, preoccupata anche per i suoi figli. Avrebbe potuto confidarlo a parenti e amici, avrebbe potuto sporgere denuncia”.

Altro tema spesso dimenticato, la prevenzione: “Le persone non conoscono i propri diritti, né tantomeno le eventuali misure preventive”. E un quadro familiare che in molti avrebbero potuto comprendere: “Una situazione di disagio e tensione quotidiana. Ma se le amiche sapevano, perché nessuno ha fatto nulla? Se i vicini sentivano le urla e i litigi, perché non l’hanno mai segnalato? Sono convinta che chiunque avesse a che fare con quel nucleo familiare avrebbe dovuto, o meglio potuto, riconoscere certi segnali di disagio. Tante gocce tutte insieme, che alla fine fanno un mare”.

Difficile anche ricostruire il preciso movente. “Forse lui qualcosa sentiva. Aveva paura di essere abbandonato, di essere costretto a cambiare vita e abitudini. Forse lei qualcosa gli aveva già confidato”. Una relazione lunga anni, fatta di figli e di convivenza: “Un rapporto che è degenerato lentamente. Fino a sfociare in quel delitto così efferato. Lui era un uomo geloso, un uomo troppo possessivo”.

La violenza quasi come una malattia, che diventa incontrollabile. Anche quando sembra ‘piccola’, domestica e quotidiana: “Una violenza che lascia segni esterni, che si vedono subito. Ma che lascia soprattutto segni interni, segni che rimangono anche quando il livido guarisce”.

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