Cronaca Padenghe sul Garda / Via Monte

Il Museo Officina della Storia: a Padenghe tre secoli di arti e di mestieri

Una ricerca che dura da 30 anni, Gianfranco Zuliani e papà Gianbattista, e oltre 3000 metri quadri e oltre 7000 pezzi, in località Monte a Padenghe sul Garda. Quattro secoli di storia divisi per piani, aperto tutti i giorni

Il sapore della storia in località Monte a Padenghe, proprio là in cima, e anche se i cartelli sono pochi lo si trova con una certa agilità. Un museo delle arti e dei mestieri, elevato e potenza e su diversi piani, con tanto di terrazza con vista lago, e sul bel paesino gardesano. Da un’idea di Gianfranco Zuliani, e di papà Gianbattista, ecco il Museo Officina della Storia, e mai nome più azzeccato: oltre 3mila metri quadri da espandersi nei prossimi 365 giorni e quasi 7mila pezzi d’antiquariato, cimeli di un tempo che fu, di ogni forma e dimensione, di ogni arte e mestiere, appunto.

Un percorso di ricerca cominciato più di 30 anni fa, da un lampante invito con intuizione di Stefano Poni, professore di casa a Borno e grande appassionato di storia, e di archeologia. “Tu a casa tua devi fare il museo”, e il buon Gianfranco si è messo di lena, da solo e con famiglia, con l’aiuto del babbo. E senza contributi, perché il Comune l’ok l’ha dato ma il patrocinio no, e manco un cartello, e manco un volantino. Un viaggio indietro nel tempo che vale la pena percorrere, entrata libera ma con piccolo contributo, per la manutenzione e l’autosostentamento. Di cui c’è vero bisogno, tanto che Zuliani mette a disposizione una sala e una terrazza, per aperitivi o cene, grigliate o spiedate, e un numero di telefono a cui chiedere info: 3391683399.


E nei tre piani con giardino si vede di tutto, attrezzi agricoli che vanno indietro di tre secoli, il seminatore manuale e la sgranatrice, la macina e il carretto per la vendemmia, poi si scendono le scale e c’è l’angolo del fabbro e del maniscalco, il mestiere che fu del nonno, e via di fucina e mulette per scalpelli, un’incudine e un soffiatore che è pure un pezzo unico, “che non si trova negli altri musei”. Si scende ancora ed ecco il covo dei mestieri, i ferri del dùtur de na òlta, che faceva un po’ di tutto, le trappole per le volpi ma anche per gli orsi, cimeli militari dell’Adamello, vecchie bilance e vecchie macchine per scrivere, un calcolatore Edison che di anni ne ha parecchi, attrezzatura da calzolaio, da macellaio, da mugnaio.

E non finisce qui, quando scendiamo cala il buio ma non cambia l’atmosfera, anzi, e c’è quasi un reparto vendemmia, il carro e il pigiatore a piedi, la stanza del falegname dove si trova pure un campionario di assi, fino al forcone per il fieno o un tornio a pedale che è datato fine 1600. Prima del giardinetto finale, dove si vede pure una Topolino, ecco forse la parte più bella, e più significativa. La casa dei contadini di un tempo non lontano, i primi del ‘900 e pure qualcosa più tardi, la stufa e il lavatoio, il soppalco e la cameretta, la sputacchiera e lo scaldaletto, il vecchio orto e il pozzo esterno.

Un’indigestione di ricordi, di passato e di storia, ma che non resta sullo stomaco e resta nella mente, aperta tutti i giorni dalle 9 alle 20, pausa pranzo esclusa.

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