Nave: i primi 2 anni dell’Orto Sociale: «Piedi per terra, testa al cielo»

Un gruppo di ragazzi che provano a sfidare le ferree regole del mercato, tra riscoperte e condivisione. Sulle colline di Nave si celebra il secondo anno di vita dell'Orto Sociale Acchiappasogni: "Il cibo deve essere di tutti"

Elia, Francesco, Elena, Miriam, Martina.. e poi tanti ragazzi fin da Milano e fin da Como, mentre si ‘vocifera’ di un interessamento del Pastori di Brescia. A pochi chilometri dalla Via del Ferro, dalle fabbriche di Odolo, dalle zone artigianali, a pochi passi dai rigurgiti post industriali della Brescia capoluogo, le acciaierie, la Caffaro. Sulle colline di Nave l’Orto Sociale Acchiappasogni, abbastanza lontano dal rumore e con una vista mozzafiato, abbastanza vicino da suscitare l’interesse delle giovani generazioni, proprio quei ragazzi citati poche righe fa. Un progetto dalla valenza appunto sociale, “a non interessa competere sul mercato – ci racconta Elia Cammarata che dell’Orto è un po’ il portavoce – noi vogliamo creare relazioni, coinvolgere, in un’ottica di scambio e condivisione, un concetto sempre aperto e senza alcun secondo fine”.

Quasi un progetto ‘filosofico’, la conquista sociale della terra “alla riscoperta delle radici stesse dell’uomo”, animale sociale per eccellenza. Riscoperta, altra parola chiave che si lega al recupero, anche di un passato dimenticato, “riavvicinare i giovani ai prodotti della terra”, e il lavoro passa tra radici e rape rosse, filari e ulivi. Altro punto focale, l’orto ‘bio-logico’ appositamente staccato, non c’è la certificazione ‘ufficiale’ ma, raccontano i ragazzi, “a noi non interessano le mode, noi vogliamo far passare un concetto”.

C’è anche la “riappropriazione”, e il discorso si fa più ampio, e allora forse è anche un progetto ‘politico’ ma nel senso nobile del termine perché “il cibo dovrebbe essere di tutti, non lo è in questa società con i suoi paradossi”, e un concetto che richiama una primordiale genesi ‘marxiana’, riscoperta e riappropriazione ma anche autogestione, per andare oltre la ‘merce’ come oggi la si intende, con la sua duplice immanenza che in sé è già contraddizione, quasi la rivincita del suo ‘valore d’uso’, della sua utilità: il cibo si deve mangiare. In questo anche il particolare passaggio della “spesa in campo”, durante la quale viene offerta la possibilità di scegliere e raccogliere l’alimento con le proprie mani, diventando così parte della filiera del buono, pulito e giusto, è il consumatore che “ne fa esperienza il prima persona”.

Niente materialismo dottrinale allora, ma comunque una fortissima idea di condivisione e di collaborazione, “siamo tutti volontari”, e il pensiero di un approccio scientifico, “l’unico modo per fare vera controinformazione”. Salendo la collina un gigantesco ulivo morente, che si fa simbolo e storia con i suoi 500 e passa anni, proprio dove verranno ‘appesi’ gli acchiappasogni. Perché, spiegano ancora i ragazzi, “anche se abbiamo i piedi per terra, la nostra testa è rivolta al cielo”.


Domenica 7 luglio intanto si celebra il secondo anno del progetto Orto Sociale, che comunque ha già avuto un riconoscimento internazionale nonostante la tenerissima età. Dalle prime luci del mattino alle prime stelle della notte, una giornata intera tra laboratori e corsi, conferenze e workshop, semina e trapianto, cucina e apicoltura. Tutto a offerta libera, chiaro: eccezion fatta per il pranzo delle 13 (10 euro ma con riposino annesso) e per “la cena tra i filari, con i prodotti dell’orto”, 25 euro ma è meglio prenotarsi. Aspettando il gran finale ‘libero’, quando si saluterà la luna suonando con i bonghi, con le chitarre, con i piedi, con le mani.

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