Lonato, Filatoio: bambina violentata da parente pedofilo

La madre, saputo il fatto, ha chiesto alla figlia "di non pensarci più". Dopo lunghe indagini, la condanna dell'uomo in Cassazione a due anni e otto mesi di reclusione

Lonato, via Filaotio

"Che la mia esperienza possa essere utile a chi, come me, è stata vittima di abusi sessuali da parte di familiari, affinché si possa prevenire certi comportamenti e proteggere innocenti da persone malate, e dalla cattiveria di chi prova a coprire le loro nefandezze".

A parlare è S.C., ragazza lonatese oggi venticinquenne, vittima di abusi dall'età di 6 anni da parte di un lontano parente, che frequentava spesso la famiglia durante incontri domenicali e festivi.

Sorriso sulle labbra e occhi inspiegabilmente allegri, se non attraverso il coraggio che ha contraddistinto tutta la sua giovane vita, S.C. racconta la vicenda che ha portato alla condanna in via definitiva a 2 anni e 8 mesi dell'uomo che ha perseguitato la sua infanzia, divenuta un film dell'orrore una volta raggiunta - con l'adolescenza - la consapevolezza di quanto accaduto.

Con voce incerta, inizia a leggere quanto riportato nella sentenza di Cassazione: "Inizialmente, l'accusa concerneva fatti posti in essere dal 1993 al 2000, vale a dire, da quando la ragazzina aveva circa 6 anni sino all'età di 13. Tali condotte erano avvenute tutte le volte che i due rimanevano soli durante gli incontri - abbastanza abituali - tra le famiglie imparentate".

Poi, posato il foglio, continua guardandomi fisso negli occhi: "Avevo incominciato questo 'gioco segreto tra di noi' (così lo chiamavo) non avendo consapevolezza della sua turpitudine: si svolgeva o nella abitazione della mia famiglia, in zona Filatoio a Lonato, o in quella di lui a Castiglione delle Stiviere. Crescendo e prendendone coscienza, però, ho iniziato a mostrare resistenze nell'andare da lui, fino a che mia madre ha intuito e, dopo aver parlato con lui, mi ha invitato a non pensarci più".

"Ecco, questo non posso proprio accettarlo - continua -. Tradita dalla mia stessa madre (con cui oggi ha interrotto i rapporti, ndr). Invece di prendere in mano la situazione, allora che ero solo una ragazzina, mi ha chiesto di insabbiare tutto questo schifo. Non solo: anche la moglie di quell'uomo, che guardandomi negli occhi ha ammesso di essere a conoscenza di quanto accaduto, davanti ai giudici ha sempre negato tutto". Al suo fianco, invece, è sempre rimasto l'amato padre, che ora ha divorziato dalla moglie, assieme alla sorella e alla cognata di lui che, commenta S.C., "sono quello che mia mamma non è mai stata capace di essere".

Per gli atti commessi fino al 2000, l'uomo è stato prosciolto in quanto i fatti si sono estinti per prescrizione. All'estate di quello stesso anno, però, risale l'ultimo abuso subito dalla ragazza, che ha portato alla condanna del parente pedofilo.

I due si trovavano assieme in una casa di montagna, quando l'uomo, approfittando del fatto che la piccola si era messa a letto a riposare, ha abusato nuovamente di lei: "Dopo di ciò - scrivono i giudici - la bambina era fuggita e lui, rincorrendola, le aveva chiesto perdono".

"Solo dopo otto anni ho trovato il coraggio di denunciare alla polizia giudiziaria quanto accaduto - racconta ancora S.C. -, grazie anche al mio ex fidanzato, che mi ha spinto a far emergere questa realtà che, nascosta dentro di me, mi stava facendo impazzire".

Un "forte bisogno di parlare", come scriverà la psicoterapeuta riferendosi al primo incontro con la ragazza che, quella volta, le era sembrata "una ragazza acqua e sapone, abbigliata in modo sportivo e curato e, sebbene il suo modo di porsi rimandava ad una persona nel complesso sicura di sé, ben presto faceva trasparire disagio e imbarazzo".

Nel corso di questi lunghi anni, S.C. ha vissuto momenti di particolare difficoltà durante i quali, per arginare la sofferenza, è ricorsa a comportamenti autodistruttivi di diversa natura. Finalmente, però, con la condanna del suo aguzzino un piccolo spiraglio di giustizia è arrivato a riscattare un passato così drammaticamente inaccettabile: "Non c'è nessun spirito di vendetta in quello che ho fatto - parla ancora S.C. -. E' stato 'solamente' un percorso di verità per poter rielaborare, e forse comprendere, quanto mi è accaduto. La molla è scatta dentro di me quando ho iniziato a veder girare in casa di quell'uomo i figli dei sui figli, piccolini proprio come me all'epoca degli abusi. Mi sono detta: quanto accaduto non deve ripetersi mai più".

"Durante il mio cammino - conclude - ho scoperto un vero e proprio dramma collettivo: in Italia il 70% degli abusi sui minori avviene in ambito familiare e la metà delle donne tra i 14 e i 59 anni ha subito almeno una molestia sessuale. Non è stato facile, perciò, trovare il coraggio quando la società, e con essa anche i parenti più stretti, ti chiede esplicitamente di lasciar perder per non sporcare il 'buon nome'. La mia è stata innanzitutto una battaglia contro l'omertà che avvolge la 'sacra famiglia' di questo cosiddetto Belpaese".

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Ragazza grave in ospedale per un'infezione: un altro caso dopo Veronica?

  • Operai al cimitero: la bara scivola, si rompe e fuoriesce la salma

  • La testa schiacciata tra la gru e il tetto: così è morto Antonio, padre di tre figli

  • Il dramma di Veronica: uccisa a 19 anni da una meningite fulminante

  • Giovane padre ucciso dalla malattia: "Te ne sei andato troppo presto, proteggici da lassù"

  • Si sente male all'Università, poi la situazione precipita: ragazza muore di meningite

Torna su
BresciaToday è in caricamento